Il 18 novembre il principe ereditario e primo ministro saudita Mohammad bin Salman arriverà alla Casa Bianca per incontrare Donald Trump e discutere di un’ampia serie di questioni, tra cui un accordo securitario bilaterale Washington-Riad e la possibilità che il Regno delle Spade ottenga finalmente gli agognati caccia F-35 a stelle e strisce.
Un obiettivo strategico, quello di Mbs, per fare del suo Paese una grande potenza aeronautica regionale, che si scontra però con i timori di Israele, che secondo Axios sta facendo pressioni sull’amministrazione Trump perché questo affare sia condizionato alla normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv.
Ora Israele apre agli F-35 a Riad, ed è una notizia
La notizia è triplice. In primo luogo, Israele ha fatto sapere tramite suoi alti funzionari a Axios che “non si oppone alla vendita di jet F-35 da parte degli Stati Uniti all’Arabia Saudita”, una novità sostanziale se si pensa che solo a maggio funzionari di sicurezza israeliani a Tokyo avevano espresso alle loro controparti giapponesi preoccupazione per la vendita potenziale degli F-35 a Riad. Israele si era detta preoccupata della possibile acquisizione dei caccia da parte dei sauditi e dalla futura prospettiva di un interessamento di Riad al Global Combat Air Program (Gcap) nippo-anglo-italiano.
Gli F-35 e la sfida della distensione Riad-Tel Aviv
In secondo luogo, far filtrare la notizia che se Tel Aviv accetterà l’ipotesi che una potenza araba si possa dotare degli F-35, che Israele opera nella versione “Adir” specificamente pensata per lo Stato Ebraico, lo farà solo in nome dell’ipotesi di una normalizzazione, mostra quanto la priorità del governo di Benjamin Netanyahu sia ormai chiara: implementare l’espansione degli accordi di Abramo e riprendere quel sentiero interrotto col 7 ottobre 2023 e i due anni di guerra generalizzata in Medio Oriente.
Donald Trump immagina l’obiettivo di fondo della distensione israelo-saudita come coronamento di uno schema strategico finalizzato a dare profondità al cessate il fuoco di Gaza, a ristabilire il cordone sanitario anti-iraniano nella regione e a cristallizzare una situazione ritenuta vantaggiosa agli Usa in Medio Oriente.
Il viaggio per raggiungere la madre di tutte le intese, quella tra lo Stato Ebraico e il Paese custode dei luoghi santi dell’Islam e principale potenza araba del Medio Oriente, si trova, ad oggi, tra Scilla e Cariddi: da un lato, i timori israeliani per gli F-35 a Riad. Dall’altro, la netta posizione del governo di Mbs: l’Arabia Saudita chiede tempi certi per la definizione della statualità palestinese e pressa Israele perché dia il via libera alla Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf) a Gaza per concedere la normalizzazione dei rapporti e il pieno riconoscimento a Tel Aviv.
L’incubo turco di Israele
Infine, Israele sta delineando chiaramente la sua personale gerarchia delle rivalità. Ed appare sempre più palese che l’avversario numero uno indicato da Tel Aviv sia, oramai, la Turchia, saldo alleato americano nella Nato.
“A differenza della fornitura di F-35 alla Turchia, a cui ci opponiamo fermamente, siamo meno preoccupati per un simile sistema d’arma in Arabia Saudita se rientra in una cooperazione di sicurezza regionale nell’ambito degli Accordi di Abramo, come abbiamo fatto con gli Emirati Arabi Uniti”, hanno detto i funzionari israeliani ad Axios. Ankara sta costruendo una zona di proiezione geopolitica e militare ed è percepita come una rivale ben più strategica nel Levante.
Il timore della perdita della superiorità aerea
Ciononostante, l’ipotesi di una fornitura a Riad degli F-35, importante piattaforma stealth che consentono un ampliamento senza precedenti della capacità operativa di un’aeronautica come dimostrato da Israele nella guerra dei dodici giorni con l’Iran, è vista da molti osservatori israeliani con preoccupazione.
Per molti alti papaveri israeliani, le scelte Usa potrebbero comportare la perdita del vantaggio qualitativo di fatto accordato da decenni dagli Usa a Tel Aviv nella regione. I timori dell’élite israeliana sono ben condensanti in quanto scritto da Israel Hayom, secondo cui a essere a rischio è la superiorità aerea israeliana nella regione:
Se l’Arabia Saudita entrasse davvero a far parte del club ristretto che detiene il caccia stealth americano , l’implicazione non sarebbe solo quella di un altro jet avanzato nella regione; si tratterebbe di un cambiamento nelle basi dell’equilibrio di potere. Non perché l’Arabia Saudita sia uno Stato nemico, oggi è vista come un potenziale partner strategico, ma perché il vantaggio qualitativo è una risorsa che deve essere mantenuta nel tempo, soprattutto in una regione dove l’equilibrio delle alleanze può cambiare in pochi anni, se non mesi
L’accordo da 142 miliardi di dollari tra Riad e Washington concluso da Trump e Mbs sul fronte della difesa a maggio apre alla prospettiva di un’ampia collaborazione al cui interno l’F-35 può trovare la sua posizione. Per Israele il timore di non avere più la posizione esclusiva e unica nel Medio Oriente agli occhi degli Usa inizia a emergere, e la ricerca di stabilità tramite gli Accordi di Abramo mostra anche la volontà di cristallizzare la situazione prima che possa cambiare a sfavore dello Stato Ebraico. Come sarebbe nel caso di un accesso di Riad, o ancora peggio di Ankara, all’F-35.
Con InsideOver scegli un’informazione leale e basata su fatti e concretezza, che legge la realtà in maniera profonda provando a cogliere tutta la sua complessità. Se vuoi sostenere il nostro metodo di lavoro, abbonati e contribuisci al percorso di questa avventura di coraggiosi sognatori.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

