Il primo dato emerso dalle elezioni in Iraq appare sorprendente: a votare nella giornata di martedì è andato il 55% degli aventi diritto. O, per meglio dire, di coloro che risultano registrati nelle apposite sezioni elettorali (circa 21 milioni di abitanti sui 40 di cui l’Iraq è oggi accreditato). Il risultato è in crescita rispetto al 43% del 2021. Circostanza alla vigilia non data affatto per scontata, considerando soprattutto il boicottaggio annunciato da parte di Muqtad Al Sadr, il più popolare leader sciita. Gli iracheni hanno quindi voluto partecipare al voto, dando un quasi inatteso barlume di legittimazione politica all’attuale sistema istituzionale. Circostanza che potrebbe dare linfa alla fragile democrazia del Paese.
La partecipazione dei più giovani
Per la prima volta martedì l’Iraq ha assistito al voto di una fascia di popolazione che non ricorda la guerra del 2003 e che non ha vissuto l’era di Saddam Hussein. Chi è diventato maggiorenne da poco infatti, è nato quando il rais già non c’era più e ha sempre vissuto sotto l’attuale impianto politico. La democrazia irachena si è così riscoperta anch’essa maggiorenne, con già diversi anni alle spalle. Ecco perché il dato sull’affluenza è apparso così eclatante e ha dato maggior respiro all’impalcatura istituzionale del Paese arabo. Questo è anche il motivo per cui diversi analisti hanno voluto guardare al comportamento dei più giovani.

La nuova generazione irachena appare più insofferente e, forse proprio per questo, più reattiva. Tra il 2018 e il 2021, le città sono state attraversate da ampie proteste dove studenti e ragazzi hanno chiesto un radicale cambiamento della classe dirigente e una lotta senza quartiere contro la corruzione. Speranze disattese al momento, ma ancora evidentemente molto sentite e che rende i giovani tutt’altro che inermi. C’è un dato che appare, tra gli altri, significativo: il 40% degli oltre 7.700 candidati ha meno di 40 anni, il 15% un’età compresa tra i 28 e i 35. L’età media del parlamento, al momento sui 55 anni, è destinata quindi ad abbassarsi.

Il vero dualismo della politica irachena
Una così ampia partecipazione giovanile impone all’Iraq di riflettere su quelle che, tra non molto, potrebbero essere le prossime proprie dinamiche politiche. Nei suoi primi 22 anni, la democrazia irachena ha viaggiato lungo il filo del dualismo settario: da una parte gli sciiti, in maggioranza e a cui per convenzione spetta il primo ministro, da una parte i sunniti e, in mezzo, i curdi a cui è stata concessa l’autonomia e la designazione del presidente della Repubblica.
La musica potrebbe però cambiare. Tra i più giovani, sta emergendo sempre di più l’idea di andare oltre il settarismo. Lo si è visto nelle proteste degli anni passati, dove le piazze sono state invase da bandiere irachene e non da vessilli di partiti e movimenti. E potrebbe questo emergere, seppur in minima parte, con il voto di martedì. Molti dei giovani candidati infatti, si trovano all’interno di liste civiche o aconfessionali. Partiti cioè non rappresentanti una specifica comunità, bensì un programma con un respiro più nazionale. Molte di queste liste fanno riferimento al movimento Tishrin, nato dopo le proteste del 2018-2021.
Al Sudani prova la riconferma
Lo scontro tra un “vecchio” Iraq settario e uno nuovo meno legato alle logiche comunitarie, influenzerà probabilmente anche le trattative per la scelta del nuovo governo. Il parlamento sarà infatti ancora dominato da liste settarie, ma i dovrà fare i conti anche con le nuove istanze provenienti dalla società. Favorite le liste sciite del cosiddetto “Quadro di Coordinamento”. Al suo interno, potrebbe sorgere un duello tra il premier uscente Al Sudani e l’ex capo del governo Al Maliki. Il primo è supportato dalla lista “Ricostruzione e Sviluppo“, il secondo dall’Alleanza per lo Stato di Diritto. Quest’ultima al suo interno contiene movimenti e fazioni vicine alle milizie Pmu, i gruppi filo iraniani sorti durante gli anni della lotta all’Isis.

Chiunque vorrà governare, dovrà cercare alleanze con le liste di altri blocchi. Comprese, per l’appunto, quelle aconfessionali. Le trattative potrebbero richiedere, come accaduto spesso nelle precedenti legislature, diversi mesi. Tra gli spettatori interessati, ci saranno anche diversi attori internazionali. A partire dall’Iran, il quale spera in un governo componente le liste sciite più affini a Teheran. Così come dagli Stati Uniti che, al contrario, auspicano un esecutivo definitivamente affrancato dalla teocrazia sciita e in grado di emarginare le milizie filo sciite.
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