La politica di Israele è nel caos dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu è parso reticente e frenante sull’idea di costituire una commissione pubblica d’inchiesta sui fatti del 7 ottobre 2023 e sulla tragica catena di errori, inazioni e corresponsabilità che ha portato l’attacco di Hamas oltre i confini di Gaza a causare oltre 1.200 morti e a provocare il rapimento di 250 civili.
Netanyahu respinge la commissione indipendente di indagine
Le parole di Netanyahu, durante un dibattito alla Knesset, sono state chiare e inequivocabili: “La questione non è solo cosa indaghiamo, la questione cruciale è chi indaga sulla verità”, ha detto il primo ministro più longevo della storia di Israele.
Ne ha ben donde, viste le prove sempre più pressanti circa inazioni e palese comprensioni di ciò che si stava preparando e non si è potuto (o voluto?) evitare: dalle informazioni giunte all’intelligence militare anzitempo al caso delle pattuglie sospese prima dell’alba del giorno più sanguinoso della storia d’Israele, sono molti i punti oscuri dei fatti di due anni fa.
Netanyahu contesta l’idea, proposta dal partito di opposizione centrista Yesh Atid, che a indagare sia una commissione terza nominata dalla Corte Suprema, organo che ritiene viziato da un pregiudizio nei suoi confronti. L’Alta Corte, il 15 ottobre scorso, ha dato al governo un termine di 30 giorni per istituire una commissione indipendente.
Per Netanyahu questa commissione sarebbe “un comitato che metà della nazione rifiuta, uno le cui conclusioni sono considerate pre-scritte da metà della nazione” in quanto organica a una presunta opposizione al suo governo nazionalista. L’ipotesi di studio di Netanyahu e del Likud è quella di una commissione meno indipendente dalla politica. Ciò ha causato forti critiche da parte delle famiglie delle vittime del 7 ottobre e degli ex ostaggi.
La pressione su Netanyahu sale, a maggior ragione, anche considerato il fatto che il capo di Stato Maggiore dell’Israel Defense Force Eyal Zamir ha preso atto dell’esito di un’inchiesta di un panel di ex alti ufficiali militari che ha letteralmente fatto a pezzi gli esiti dei precedenti audit interni dell’Idf circa le indagini delle responsabilità del 7 ottobre.
Le accuse degli ex ufficiali dell’Idf
Gli ex ufficiali hanno criticato la conduzione parziale e autoassolutoria dell’indagine interna, le scelte di Zamir di giudicare i percorsi di carriera degli ufficiali di carriera in base alla loro opinione sul 7 ottobre, la scelta di chiamare un membro in causa, l’allora capo di Stato Maggiore Herzi Halevi. Zamir ha accettato la necessità di una commissione “esterna” pur senza avallare la proposta di un organo terzo riferente all’Alta Corte.
“Nessuno nel governo si assume la responsabilità”, ha attaccato l’ex premier e capo dell’opposizione Yair Lapid criticando la scelta di Netanyahu di chiudere a una commissione terza, aggiungendo che “nessuno dice: mi dispiace, mi vergogno! Ma se qualcuno è a capo di un sistema la responsabilità è sua!”. Durissima la parlamentare dei Democratici Naama Lazimi, secondo cui “Netanyahu ha tutte le colpe” e ha “dimenticato cosa significa essere ebreo”
Lazimi ha aggiunto dure critiche, accusando Netanyahu di aver finanziato e contribuito a far crescere il bubbone di Hamas ben prima del 7 ottobre con l’obiettivo di dividere la politica palestinese. Durissimi i famigliari delle vittime, riuniti nell’October Council, secondo cui “Netanyahu sta oltrepassando una linea rossa. Non lasceremo che la responsabilità venga sepolta insieme ai nostri caduti: verrà istituita una commissione statale d’inchiesta. Se non per volontà del primo ministro, per volontà dell’intero Paese”.
Una partita complessa
La partita è caldissima e si fa sempre più complessa per il primo ministro, la cui volontà di assurgere a uomo di riferimento dell’intero Paese sta venendo meno: dopo una breve luna di miele durante la guerra con l’Iran a giugno, Netanyahu è stato accusato di non tenere alla vita degli ostaggi di Gaza con la sua campagna aggressiva e distruttiva in estate, chiamato a più miti consigli dagli Usa per la conclusione del cessate il fuoco e ora bersagliato sul fronte interno per non voler aprire a un’inchiesta pubblica sul 7 ottobre.
Già la volontà di farlo da parte dell’intelligence interna, lo Shin Bet, portò alla guerra tra Netanyahu e l’ex direttore Ronen Bar, finito silurato dall’incarico. Ora i militari sono circospetti ma indicano, timidamente, una via mentre le opposizioni e la società civile sono furibonde. Sarà davvero difficile per Bibi giustificare l’opposizione a qualcosa che è chiesto a gran voce da fette così ampie della società del suo Paese. E capire cosa è stato (o non è stato fatto) nella notte più buia del suo governo e di Israele.
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