Lo “storico” AI Act dell’Unione Europea, introdotto un anno fa tra grandi fanfare e aspettative, potrebbe essere già pronto a ricevere un netto aggiornamento sotto forma del combinato disposto tra la sospensione di molte sue prescrizioni e l’implementazione di tempi più lunghi per molte altre. L’appuntamento è per il 19 novembre, giorno in cui è atteso che nelle normative sulla semplificazione proposte dalla Commissione rientri anche una deroga all’applicazione futura delle clausole dell’AI Act.
Cosa prevedrebbe l’AI Act
Parliamo di una manovra con cui la Commissione di Ursula von der Leyen sembra interiorizzare le spinte provenienti da pù parti: il “superconsigliere” di Palazzo Berlaymont, Mario Draghi, ha criticato nel suo celebre rapporto sulla competitività la sovraproduzione normativa europea a fronte della ridotta governance tecnica dell’innovazione e chiesto a settembre una pausa della parte più prescrittiva dell’AI Act. Questo è avvenuto due mesi dopo che i Ceo di molte grande multinazionali tecnologiche europee, dal campione francese dell’Ia generativa Misral a Phillips e Asml, hanno chiesto due anni di moratoria e dopo, soprattutto, che sono stati i big della Silicon Valley a muoversi.
Da tempo gli Stati Uniti chiedono all’Unione Europea di lasciare mano libera ai loro colossi sull’innovazione e la regolamentazione è stata anche criticata da figure di spicco dell’amministrazione di Donald Trump come il vicepresidente J.D. Vance.
Dall’agosto 2026, infatti, dovrebbe entrare in vigore la prescrizione più severa contro le applicazioni di intelligenza artificiale potenzialmente in grado di cagionare “gravi danni” alla salute pubblica, alla sicurezza dei cittadini o ai diritti basilari della società, applicando un approccio “risk-based” capace di classificare ogni sistema di intelligenza artificiale secondo un punteggio in quattro fasce, dal minimo a quello più alto delle applicazioni bannate.
Una leva nell’IA europea
L’Ue si avocherebbe prerogative di controllo e pressione sulle piattaforme che emettono applicazioni rischiose riservandosi il diritto di chiedere interventi a riguardo. Ogni Stato deve prevedere vigilanza a livello nazionale tramite la cosiddetta “AI Regulatory Sandbox” entro il 2 agosto 2026.
Secondo il Financial Times, i funzionari europei starebbero ora lavorando per “concedere alle aziende che violano le norme sull’uso dell’IA a più alto rischio un anno di tempo per adeguarsi” per tutelare i “fornitori di sistemi di intelligenza artificiale generativa che hanno già immesso i loro sistemi sul mercato prima della data di attuazione”. Si aprirebbe così un’indubbia breccia in un regolamento ritenuto ambizioso e di prospettiva nel momento della sua introduzione, ma che sconta un peccato originale: prevede un trend lineare di evoluzione normativa di fronte a una tecnologia che sta avanzando a ritmi esponenziali e, soprattutto, parla di tecnologie che l’Europa ad oggi non governa e non ha la forza di poter controllare.
Le pressioni sull’AI Act
La pressione di Big Tech viene dalla posizione di forza di chi i ritrovati tecnologici dell’Ia di frontiera li sta progettando e sviluppando e sulla scorta della colossale asimmetria normativa con gli Stati Uniti, che nella loro strategia per l’intelligenza artificiale hanno dichiarato il “libera tutti” per la supremazia nell’innovazione, nella ricerca, nell’investimento industriale, e nella parallela presenza del gigante cinese, che ha il vantaggio di non dover tener conto delle prescrizioni morali ma può spingere con investimenti oceanici e programmazione politica nella partita degli algoritmi.
La parallela presenza di una spinta europea alla sospensione dell’AI Act viene dai fautori dell’innovazione comunitaria, timorosi della possibilità di essere lasciati pericolosamente indietro. In mezzo si inserisce chi, come Draghi, usa la leva dell’AI Act per sottolineare, di fatto, la mancanza di programmazione dell’attuale Commissione, che sull’intelligenza artificiale fa ciò che è tipico dell’era Von der Leyen: costruire grandi castelli di carta normativi in campi che l’Ue non padroneggia salvo poi doverli ridimensionare all’impatto con la realtà. E nel frattempo l’Europa perde terreno nelle determinanti della potenza del XXI secolo.
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