Nelle fasi conclusive dell’era di Joe Biden, a fine 2024, l’intelligence statunitense ha iniziato a raccogliere informazioni provenienti dagli avvocati dell’Israel Defense Force che mostravano come Tel Aviv fosse ben conscia del fatto che molte delle condotte belliche a Gaza erano qualificabili come veri e propri crimini di guerra. Lo ha rivelato Reuters in un’inchiesta esclusiva.
Su questo dato fatto c’è ora una serie di prove e una letteratura consolidata da parte di analisti, osservatori internazionali e operatori umanitari, ma nel primo anno della guerra esplosa dopo gli attentati del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas affermarlo era tabù, soprattutto negli Usa. Tutti ricordano lo scalpore suscitato quando a maggio 2024 gli Usa frenarono Israele per l’offensiva su Rafah e frenarono sull’invio di munizioni pesanti a Tel Aviv pensando al rischio di crimini di guerra.
Ebbene, dal Dipartimento di Stato al Pentagono, nel corso del 2024 sono emerse sempre più prove a riguardo. “Due ex funzionari statunitensi hanno affermato che il materiale non è stato ampiamente diffuso all’interno del governo statunitense fino alla fine dell’amministrazione Biden, quando è stato diffuso più ampiamente in vista di un briefing del Congresso nel dicembre 2024”, nota la Reuters, aggiungendo che “i funzionari statunitensi hanno espresso preoccupazione per le conclusioni, soprattutto perché il crescente numero di vittime civili a Gaza ha sollevato preoccupazioni sul fatto che le operazioni di Israele possano violare gli standard legali internazionali sui danni collaterali accettabili” e dunque avrebbero potuto spingere al riesame delle forniture militari.
La legge americana vieta infatti al governo federale di collaborare in termini di scambio d’intelligence e per le forniture militari con Paesi accusati di palesi crimini di guerra. Un audit interno del governo alla fine dell’era Biden portò gli avvocati della Casa Bianca ad auto-assolvere Washington per le informazioni raccolte sui dubbi israeliani perché le prove a disposizione, nota Reuters, “non dimostravano che gli israeliani avessero intenzionalmente ucciso civili e operatori umanitari o bloccato gli aiuti, un fattore chiave per la responsabilità legale”. Ne è emerso però un profondo dilemma morale per molti funzionari, evidentemente a disagio con un supporto militare unilaterale di 18 miliardi di dollari e miliardi di vendite aggiuntive di armamenti. Tutto è passato in cavalleria e il sostegno americano è proseguito, nei fatti, imperterrito. Forse con un maggior approfondimento, il cessate il fuoco sarebbe stato potenzialmente imponibile a Tel Aviv almeno un anno prima. E decine di migliaia di morti evitabili, spesso causate dalle armi Usa date a Israele, si sarebbero senz’altro risparimate.
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