Lunedì Ahmad al-Sharaa varcherà la porta della Casa Bianca per incontrare Donald Trump fresco dell’ufficializzazione da parte delle Nazioni Unite della rimozione delle sanzioni che colpivano lui e la sua organizzazione Hay’at Tahrir al-Sham, ancora indicati formalmente come terroristi, coronando un lunghissimo anno che lo ha visto ascendere a presidente e uomo forte della Siria.
L’apertura di credito ad Al-Sharaa
L’ex jihadista a lungo noto col nom de guerre Abu Mohammad al-Jolani sarà il primo leader di Damasco della storia a essere ricevuto da un presidente americano. Donald Trump punta sulla Siria per rafforzare la presenza americana nel Levante e per stabilizzare a suo favore il contesto geopolitico mediorientale. E ha deciso un’apertura di credito fondamentale. Al-Sharaa ha bisogno di completare l’accreditamento internazionale dopo la detronizzazione del Rais Bashar al-Assad e la visita alla Casa Bianca va in questa direzione.
Parliamo di un cambio di paradigma con pochi precedenti storici per i destini personali di un leader e quelli di un Paese intero. Alla vigilia dell’offensiva di fine novembre e inizio dicembre 2024 che travolse il governo di Damasco, l’allora al-Jolani era un jihadista ricercato internazionale, governante il suo feudo a Idlib come un emirato sostenuto da tecnocrati locali e ritenuto sostanzialmente un asset utile alla Turchia per esercitare influenza sul Paese limitrofo.
L’anno infinito della Siria
Dopo i dieci giorni che hanno sconvolto la Siria e la caduta del regime, Al-Sharaa/Al-Jolani si è sostanzialmente impadronito del Paese e ha incassato l’aperto sostegno di Turchia e Paesi del Golfo, la linea di credito politico di Usa e Unione Europea, la rimozione graduale delle sanzioni, l’andirivieni di diplomatici di alto rango a Damasco, l’invito a Parigi per dialogare con Emmanuel Macron all’Eliseo, una passerella d’onore all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con a margine anche un dialogo al Concordia Summit di New York con David Petraeus, ex capo della Cia e delle forze americane in Iraq che catturarono Al-Jolani quando, giovane membro di Al-Qaeda, partecipava all’insurrezione anti-americana, e da ultimo un faccia a faccia con Vladimir Putin a Mosca. Incontro, quest’ultimo, che ha sancito la chiusura delle tensioni legate allo storico patronage russo verso il regime degli Assad e l’inizio della scommessa di Putin sull’ex Al-Qaeda.
Tutto questo è avvenuto in undici mesi in cui la Sira non è rimasta certamente quieta. Tutt’altro. Israele ha duramente colpito, a più riprese, le postazioni dell’esercito di Al-Sharaa, le nuove istituzioni di Damasco hanno faticato a andare oltre il controllo formale di buona parte del Paese, le truppe di Al-Sharaa si sono rese responsabili di dure repressioni e veri e propri massacri nelle aree alauite sulla costa e nei confronti delle minoranze druse, lasciando forti dubbi sulle tendenze autoritarie e settarie di un gruppo di potere figlio dell’ala più radicale dell’islamismo politico sunnita. Per Al-Sharaa la sensazione di ritrovarsi a essere poco più del sindaco di Damasco è stata tante volte palese. Anche per questo l’endorsement internazionale è vitale per la nuova Siria post-Assad.
La scommessa di Al-Sharaa
Non c’è dubbio che la scommessa che Al-Sharaa dice di presentare al mondo sia intrigante. Parla di nuove istituzioni per lo sviluppo, di inclusione delle minoranze (a partire dai curdi ricondotti nell’alveo della sovranità di Damasco), di un lungo percorso verso un sistema democratico e vuole attrarre i partner internazionali con opportunità di sviluppo. Come abbiamo scritto più volte, è come se in Siria assistessimo a un grande tentativo a cielo aperto di applicazione delle teorie dello sviluppo dei Paesi fragili basato sul consolidamento di nuove istituzioni, come da visione espressa dai premi Nobel per l’Economia Daron Acemoglu e James Robinson.
Tutto questo dopo 14 anni di guerra civile e con un Paese spaccato alle spalle. Il compito è indubbiamente improbo. La Banca Mondiale ha recentemente pubblicato il Syria Physical Damage and Reconstruction Assessment 2011-2024, indicando in 216 miliardi di dollari il costo della ricostruzione del Paese, la metà dei quali imputabili alla devastazione degli asset fisici “per i quali tra le categorie valutate, le infrastrutture sono state le più colpite, rappresentando il 48% dei danni totali (52 miliardi di dollari), seguite dagli edifici residenziali (33 miliardi di dollari) e dagli edifici non residenziali (23 miliardi di dollari)”, in un contesto in cui “i governatorati di Aleppo, Rif Dimashq e Homs sono stati i più gravemente colpiti in termini di danni totali”.
I progetti della nuova Siria
La fine delle sanzioni, l’ingresso dei capitali stranieri nel Paese e la ricostruzione come strumento di rilancio della Siria nella regione sono obiettivi strategici per il nuovo regime di Damasco. Molti Paesi strumentalmente puntano sul valore d’uso della Siria. Per gli Usa blindare un patto di non aggressione siro-israeliano è vitale per abbattere le tensioni e esercitare proiezione verso l’Iran; per la Turchia la Siria significa profondità strategica, e per Ankara come per i Paesi del Golfo le rotte d’interconnessione sull’asse Mediterraneo-Levante-Golfo Persico sono un’opportunità di sviluppo geoeconomico.
“La nuova Siria assomiglia più a una ricostruzione di istituzioni statali sotto influenza straniera che a un progetto di ricostruzione autonomo, in cui ogni potenza regionale cerca di trarre profitto dal crollo del vecchio regime”, nota l’Arab Center di Washington.
In particolare, va attenzionata la volontà di turca di costruire una grande rete logistica e di trasporto con una diramazione parallela allo storico percorso della Ferrovia dell’Hegiaz tra Siria e Giordania e una proiettata verso il Golfo Persico, a cui un’apertura di Al-Sharaa darebbe un endorsement importante. Sono tutti segnali di un ritorno in forze della Siria sulla scena internazionale a cui l’invito di Al-Sharaa alla Casa Bianca darà ulteriore vigore. Una scommessa sul futuro di un Paese devastato e di una regione intera passa anche per il netto ribaltamento di sorti di un ex jihadista divenuto presidente. La cui parabola è tutta da osservare per capire il Medio Oriente che verrà.
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