Il 1° novembre 2025 papa Leone XIV ha proclamato san John Henry Newman dottore della Chiesa, in occasione del Giubileo mondiale dell’educazione. È un titolo riservato a poche decine di figure nella storia cattolica – da Agostino a Teresa d’Avila – riconosciute per l’originalità e la profondità del loro pensiero teologico. Newman, beatificato da Benedetto XVI nel 2010 e canonizzato da papa Francesco nel 2019, diventa così anche “co-patrono di tutti coloro che partecipano al processo educativo”, accanto a san Tommaso d’Aquino.
Newman, nato a Londra nel 1801 e morto nel 1890, è da tempo una figura discussa: tanto dai teologi quanto dai laici, dai conservatori come dai progressisti, dagli anglicani come dai cattolici. E questa molteplicità di letture, più che un segno di ambiguità, racconta la complessità del suo pensiero e del suo tempo.
Pastore e studioso inglese dei padri della Chiesa, prima anglicano e poi cattolico (decisivo fu un viaggio a Roma nel 1831), Newman vide nel liberalismo e nel positivismo la causa di un progressivo allontanamento dell’uomo da Dio. Non per nostalgia del passato, ma perché temeva che una società priva di riferimenti spirituali finisse per ridurre la verità a opinione e la libertà a capriccio. La sua risposta fu un “umanesimo cristiano”: una visione che metteva al centro la coscienza, non come arbitrio personale, ma come la “voce di Dio nell’anima”, il primo luogo dove l’uomo può riconoscere il bene.
Protagonista del Risveglio Cattolico
La sua conversione fu uno degli eventi simbolici del cosiddetto Catholic Revival: il risveglio cattolico britannico nell’età vittoriana. Come ha scritto il suo biografo Joseph Pearce, Newman fu “il padre del Rinascimento cattolico nel mondo anglofono”, capace di restituire prestigio intellettuale a una fede fino ad allora percepita come marginale o arretrata.
Nel 1845 tornò a Roma per studiare come semplice seminarista al Collegio di Propaganda Fide e l’anno dopo fu ordinato sacerdote. Qui maturò la sua devozione per san Filippo Neri, al quale si ispirò fondando l’Oratorio di Birmingham, una comunità di sacerdoti dediti alla preghiera e al servizio.
Nel suo libro più famoso, La grammatica dell’assenso, del 1870, Newman spiegò che credere non è illogico: la fede nasce da un atto razionale, simile a quello con cui ci fidiamo di ciò che non possiamo vedere, ma sappiamo essere vero. “Si ragiona con tutto l’essere”, scriveva.
La fede come relazione
Convinto che la religione dovesse restare parte viva del dibattito pubblico, Newman difese il dialogo tra le confessioni cristiane e tra la Chiesa e la modernità. Il suo motto, Cor ad cor loquitur (“il cuore parla al cuore”) riassume la sua idea di fede come relazione personale, non imposizione. Studioso difficile da incasellare, e per questo sorprendentemente attuale, Newman vedeva la rivoluzione industriale non come una minaccia ma come un terreno da attraversare con fiducia.
Nella sua proclamazione a dottore della Chiesa, Leone XIV ha voluto sottolineare proprio questo aspetto: Newman come figura-ponte tra fede e intelligenza, tra tradizione e sviluppo. Per i cattolici conservatori rappresenta la conferma che la verità non cambia ma cresce, organicamente, come un albero; per i progressisti è il simbolo di una Chiesa che sa dialogare con la cultura contemporanea.
La proclamazione ha suscitato grande entusiasmo, dunque, ma anche una certa ironia: Newman fu a lungo visto con sospetto dagli ultramontanisti, ossia i difensori più rigidi dell’autorità pontificia, contro i quali propose una visione più equilibrata dell’infallibilità del papa. La Chiesa di papa Francesco – scrivono alcuni ammiratori del prelato londinese di sponda conservatrice – si è trovata di fronte a una nuova forma di “ultramontanismo progressista”: una tendenza che univa zelo ideologico e centralismo autoritario, dove ogni dissenso veniva bollato come ostilità verso il magistero. Leone potrebbe aver voluto segnalare un cambio di rotta.

