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Società

NON SOLO PER SPORT – Così Capo Verde è riuscita ad arrivare tra le grandi del calcio

Investimenti su giovani e strutture, ma anche sulla diaspora in Europa: la qualificazione di Capo Verde ai Mondiali ha radici lontane.

A Praia nei giorni scorsi è stata festa grande: nella capitale di Capo Verde, la gente è scesa in piazza per celebrare la nazionale di calcio arrivata a qualificarsi, per la prima volta nella sua storia, alla fase finale dei mondiali. In Nord America il prossimo anno ci saranno anche i “Blue Sharks“, come vengono definiti i giocatori dell’arcipelago africano. L’impresa non è certo secondaria: Capo Verde ha mezzo milione di abitanti, circostanza che ne fa il secondo Paese meno popolato (dopo l’Islanda) a essere rappresentato nella principale kermesse calcistica. Ma questa storia non sembra avere a che fare con la fortuna o i miracoli. Al contrario, la qualificazione di Capo Verde è figlia di una meticolosa programmazione ed è arrivata al culmine di una costante crescita dell’intero movimento.

Così il piccolo arcipelago ha investito sul calcio

Nulla arriva per caso, per l’appunto. Nemmeno la voglia, da parte del piccolo arcipelago, di emergere tra i grandi del pallone. Il calcio, tra i vicoli coloniali di Praia e le spiagge incontaminate affacciate sull’Atlantico, sembra quasi scritto nel Dna della popolazione. Nel corso dei secoli, a Capo Verde hanno messo piede portoghesi, i quali hanno colonizzato le isole già nel XV secolo, ma anche spagnoli, francesi e italiani. Tutti popoli che dello sport più popolare ne hanno fatto quasi una religione. Quando nel 1978 per la prima volta l’arcipelago ha potuto schierare una nazionale, le potenzialità sono emerse subito. Anche nei primi anni non sono stati registrati punteggi tennistici da “squadra materasso”. La peggiore prestazione di sempre riguarda un 5-1 subito dal Senegal nel 1981.

Alla passione e alle potenzialità, nei primi anni 2000 si è aggiunta anche la programmazione. Sono state costruite nuove strutture a Praia, così come in tutte le parti dell’arcipelago. Oggi non c’è un singolo villaggio che non annoveri, al proprio interno, almeno un campo di calcio. Sono così arrivate le prime soddisfazioni. Nel 2013 la nazionale per la prima volta ha partecipato alla Coppa d’Africa, arrivando peraltro ai quarti di finale. Risultato quest’ultimo replicato nell’ultima edizione del torneo, svolta nel 2024 in Costa d’Avorio. La qualificazione al mondiale dunque, altro non è che l’ultimo tassello di un percorso iniziato più di venti anni fa.

La strategia legata alla diaspora

C’è poi un altro aspetto che occorre considerare: una buona parte dei giocatori della nazionale dei Blue Shark non è nata a Capo Verde. Dailon Livramento, attaccante del Casa Pia (ma di proprietà dell’Hellas Verona) che ha aperto le danze nella partita decisiva contro eSwatini, è nato a Rotterdam. Nella città olandese sono nati almeno altri quattro giocatori capoverdiani. Willy Semedo, centrocampista dell’Omonia a segno anche lui nell’ultima sfida, è nato in Francia. L’operazione messa in atto da Capo Verde è quindi simile a quella effettuata dal Marocco, la cui nazionale arrivata in semifinale ai mondiali del 2022 presentava 13 giocatori provenienti dalla diaspora.

Affidarsi a giocatori nati e cresciuti calcisticamente in Europa, senza dubbio è un gran vantaggio a livello sportivo. Ma i risvolti sono anche politici: Capo Verde, Paese in cui l’emigrazione da tempo ha raggiunto livelli ragguardevoli, punta sulla diaspora. Cerca cioè, almeno a livello calcistico, di ricostituire quel capitale umano disperso in giro per l’Europa e il mondo. Un modello che, tanto nell’arcipelago quanto in altre aree dell’Africa, potrebbe essere applicato anche al di fuori dell’ambito sportivo.

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