Alla vigilia del secondo anniversario del 7 ottobre 2023 e degli attacchi di Hamas in Israele, la Borsa di Tel Aviv, il principale mercato finanziario dello Stato Ebraico, sta battendo in continuazione i record storici di capitalizzazione e valore di mercato.
L’ultima volta ieri, sulla scorta dei venti di pace che soffiavano dall’Egitto riguardo la possibile fine del conflitto a Gaza. Ma non va sottovalutato il fatto che per due anni, nonostante il conflitto in Medio Oriente presto estesosi oltre Gaza, il TA-125, il maggiore indice della borsa della capitale israeliana, ha più volte superato sé stesso. “Dall’inizio dell’anno il TA-90 e il TA-125 hanno superato gli indici globali, tra cui Dow Jones, S&P 500, Nikkei, Nasdaq 100, DAX e MSCI Emerging Markets”, nota Jns. I grafici sull’andamento decennale dell’indice lo mostrano visivamente:

La Borsa di Tel Aviv in volo
Alla vigilia del 7 ottobre l’indice viaggiava su 1732 punti, ieri ha superato il massimo storico di 3270 punti (+89%). La quota di azioni complessive valeva meno di 225 miliardi di dollari dopo gli attacchi di Hamas, di fronte a una stima di Staitsta di 350 miliardi (+55,6%) per la fine dell’anno in corso.
La Borsa di Israele è relativamente piccola e basterebbero le prime quattro aziende di Piazza Affari per superarne il valore, ma l’incremento non è da sottovalutare anche considerata la natura molto settoriale delle principali aziende dello Stato Ebraico, tra cui abbondano i campioni nazionali legati alle nuove tecnologie, spesso a uso duale, e alla Difesa.
Sicuramente pesa sul contesto della Borsa l’indubbio incremento della spesa pubblica israeliana dopo l’attacco di Hamas, che ha anche difeso la crescita economica: “Il PIL del Paese nell’ultimo trimestre del 2023 si è contratto di quasi il 20% , a seguito di una profonda contrazione dei consumi privati e degli investimenti innescata dalla guerra”, nota la Cnbc, aggiungendo che “l’intero anno si è comunque concluso con una modesta crescita del 2% e un ulteriore aumento del PIL dell′1% nel 2024, trainato principalmente dalla spesa pubblica”, mentre nel 2025-2026 è prevista una robusta crescita (+3,3% del Pil nel 2025, +4,9% nel 2026).
Israeliani e stranieri puntano sulla Borsa di Tel Aviv
In quest’ottica, Israele vuole fare della capacità di costruire un apparato securitario sempre più attivo e resiliente, negli anni a venire, un fattore di sviluppo della sua economia e della sua posizione geopolitica. Non c’è dubbio che i cittadini dello Stato Ebraico abbiano dimostrato indubbia fiducia nella tenuta economica del Paese mentre il governo di Benjamin Netanyahu apriva fronti di guerra in tutta la regione.
“Nei primi sei mesi del 2025, gli investitori al dettaglio israeliani hanno incanalato circa 8,2 miliardi di shekel (2,45 miliardi di dollari) nel mercato azionario, più del doppio dell’afflusso di 3,5 miliardi di shekel (1,04 miliardi di dollari) nella seconda metà del 2024″, sottolinea il Times of Israel, aggiungendo che su Tel Aviv hanno scommesso anche molti stranieri: “Nella prima metà del 2025, gli stranieri hanno investito circa 9,6 miliardi di shekel (2,86 miliardi di dollari) nel mercato israeliano, in aumento rispetto ai 3,9 miliardi di shekel (1,16 miliardi di dollari) registrati nella seconda metà del 2024”.
Come visto, oltre la metà dei fondi per la crescita della Borsa dello Stato Ebraico viene dall’esterno. Un dato che non sembra sposarsi alla perfezione con il progetto di fare di Israele una “Super Sparta” armata fino ai denti e intangibile da ciò che avviene fuori dai suoi confini che Netanyahu ha annunciato nelle scorse settimane. Il traino dello sviluppo di Tel Aviv resta la sua capacità di inserirsi in un’economia di mercato aperta e ramificata contando sul peso di un grande potenziale tecnologico e innovativo.
Il rally della Borsa e la Super Sparta di Netanyahu
Non a caso, il discorso dello scorso 15 settembre è coinciso con l’ultima grande scivolata dei listini. E anche l’euforia finanziaria e la crescita economica devono far fronte a molti limiti e vincoli. In primo luogo, nota il Jerusalem Post, con i costi del conflitto e il deficit pubblico.
Di recente, scrive la testata di Gerusalemme, “per settimane, i funzionari della Difesa e delle Finanze hanno discusso su miliardi di spese belliche: quanto rifornire i missili, se far passare un piano multimiliardario per spostare basi e depositi sottoterra e come farlo senza superare i limiti del deficit, già ai massimi da decenni” negli ultimi anni. Dopo un disavanzo del 6,9% del Pil nel 2024 Israele ne prevedeva uno del 5,2% per l’anno in corso, correggibile probabilmente a un pur considerevole -4,8%.
La Borsa corre ma i fondamentali economici di Israele restano fragili e l’economia di guerra gonfia crescita e listini. Il listino di Tel Aviv brinda all’avvicinamento alla pace dopo aver pasteggiato nel periodo bellico, ma due anni dopo le stragi di Hamas il Paese deve ancora capire come far convivere questa euforia con il clima che una fine delle ostilità creerebbe e soprattutto con i propositi isolazionisti del governo. Vera Spada di Damocle che pende su Israele.
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