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Difesa

Londra, Tel Aviv e il bivio morale: riconoscere la Palestina mentre si fa business con Elbit

Il Regno Unito ha riconosciuto lo Stato di Palestina ma sul piano delle pratiche, Londra non recide i nodi che contano.

Il riconoscimento britannico dello Stato di Palestina, coordinato con Canada e Australia, viene presentato come svolta strategica per “salvare” la soluzione dei due Stati. È un atto politico forte, capace di produrre reazioni dure da Gerusalemme e un brusco raffreddamento diplomatico. Ma dietro l’enfasi della dichiarazione, Downing Street ha scelto la strada della reversibilità: riconoscimento “provvisorio”, confini 1967 come riferimento, sostegno tecnico-finanziario all’ANP, appello a cessate il fuoco e stop agli insediamenti. Tutto giusto, tutto necessario. Eppure, sul piano delle pratiche, Londra non recide i nodi che contano: i legami economico-militari restano, alcune licenze vengono sospese ma molte altre proseguono, la cooperazione industriale non si ferma. È una doppia verità: morale a Westminster, affari a ExCeL London.

Tanta indignazione ma catene del valore intatte

La reazione di Netanyahu — richiamo dell’ambasciatore, minacce commerciali, accusa di “premio al terrorismo” — è coerente con la dottrina israeliana: delegittimare ogni mossa che anticipi la fine dell’occupazione senza “garanzie di sicurezza”. È anche un messaggio agli altri partner occidentali: chi riconosce la Palestina pagherà un prezzo. Tuttavia, nel sottosuolo della polemica, la filiera UK-Israel regge. Dalla cooperazione tecnologica alle triangolazioni di componenti dual use, il tessuto industriale non evapora perché è intrecciato da anni, alimentato da programmi pluriennali e da una convergenza strategica di fatto: la Gran Bretagna vuole restare hub europeo della difesa; Israele è un fornitore di tecnologie che contano su campo.

Elbit Systems UK: l’elefante nella stanza

Qui sta l’aporia più evidente. Mentre Londra brandisce il riconoscimento della Palestina come svolta etica, Elbit Systems — primo gruppo della difesa israeliana — continua a rafforzarsi nel mercato britannico tramite ESUK. Sedi diffuse, supply chain locali, joint venture ben piazzate (Affinity con KBR per l’addestramento, UTacS con Thales per UAS), prodotti già dentro l’ecosistema del MoD (Watchkeeper, derivato Hermes 450). Nel 2025 Elbit presidia DSEI a Londra con droni, C2, fuoco congiunto e pacchetti AI. Cinquantuno aziende israeliane presenti alla fiera malgrado il gelo politico: è l’immagine plastica della coesistenza tra condanna e continuità.

Sostanza contro narrativa

Il ritiro del Watchkeeper entro il 2026 apre la gara per il programma Corvus, successore UAS tattico. Elbit si candida con piattaforme più leggere, modulari, a sviluppo a spirale, promettendo produzione locale a Bristol. In parallelo corre il maxi contratto ACTS (Army Collective Training Service) da miliardi per addestrare 60.000 militari l’anno con simulazioni avanzate; si aggiungono D-JFI (targeting con AI) e Project Vulcan per gli equipaggi carri. Tradotto: l’infrastruttura cognitiva e digitale dell’esercito britannico rischia di dipendere in modo crescente da un fornitore accusato — politicamente e socialmente — di contribuire alle campagne a Gaza. La domanda è semplice: è compatibile con il nuovo posizionamento morale del governo?

Proteste, arresti, chiusure: il costo politico interno

La pressione attivista non è folklore. Palestine Action e altre reti hanno portato a centinaia di arresti e costretto alla chiusura almeno un sito industriale. Amnesty e AOAV mettono in guardia: un contratto ACTS a Elbit minerebbe la postura etica evocata dal riconoscimento della Palestina, legando l’addestramento britannico a un’azienda associata — nel dibattito pubblico — a presunte violazioni del diritto internazionale umanitario. Il risultato è corrosivo: il governo appare bifronte, la credibilità della “svolta” si consuma nelle aule dei tribunali e nei capannoni industriali più che nei discorsi alla Camera dei Comuni.

Perché, nonostante tutto, la relazione industriale non si spezza? Per tre ragioni. Primo, capacità: Israele offre tecnologie testate, modulari, interoperabili con gli standard NATO, con cicli di innovazione rapidi (UAS, sensoristica, C2, addestramento sintetico). Secondo, tempi: Corvus e ACTS richiedono soluzioni pronte, scalabili, con supply chain già residenti. Terzo, politica industriale: “local content” e trasferimento di know-how significano occupazione qualificata, consenso territoriale, moltiplicatori economici. È la classica prigione delle dipendenze: più integri il fornitore, più il costo di sostituirlo cresce.

Valutazione strategico-militare: rischi e opzioni

Rischi. Reputazionale: un MoD percepito come “captive” di un vendor controverso. Operativo: lock-in tecnologico su sistemi chiave addestrativi e ISR con vendor exposure a sanzioni o boicottaggi. Giuridico: contenziosi su export control e complicità in violazioni IHL, con riverberi su assicurazione, finanza e procurement. Sicurezza: vulnerabilità della supply chain in caso di shock politico. Opzioni. Riduzione del rischio attraverso architetture “multi-vendor” e standard aperti; clausole etiche e di due diligence rafforzate nei capitolati; auditing indipendente di tracciabilità componenti e scenari d’uso; piani di sostituzione graduale con consorzi europei; crescita del contenuto nazionale su software, simulazioni, payload critici; segregazione dei dati addestrativi e governance cibernetica con testing terzo.

Coerenza tra riconoscimento e procurement

Se Londra vuole che il riconoscimento della Palestina sia più di un gesto simbolico, deve allineare la politica degli appalti alla dottrina. Non significa auto-sanzionarsi o svuotare le capacità delle forze armate. Significa porre condizioni stringenti: impatti sui civili, conformità IHL verificabile, audit su algoritmi AI e catene di fornitura, “kill switch” contrattuali in caso di violazioni accertate, reale concorrenza con alternative europee. Laddove Elbit vince su merito tecnico ed economico rispettando questi standard, bene. Dove non li soddisfa, si cambi rotta. È la differenza tra moralismo e politica: creare incentivi e deterrenti concreti.

Conclusione: smettere di vivere di eccezioni

Il Regno Unito ha parlato il linguaggio dei principi riconoscendo lo Stato di Palestina. Ora deve parlare il linguaggio dei meccanismi: procure, clausole, standard, responsabilità. Continuare a vivere di eccezioni — sospendere qualche licenza mentre si spalanca la porta ai maxi-programmi — significa svuotare il segnale politico e regalare a Israele l’argomento più semplice: “c’è solo ipocrisia”. Coerenza non è punire sé stessi, è disegnare regole che trasformino una svolta annunciata in un percorso verificabile. Se Londra vuole davvero incidere sulla pace israelo-palestinese, deve dimostrarlo dove la politica incontra l’acciaio: nei contratti, nei codici, nelle catene del valore. Solo lì la “svolta” diventa irreversibile.

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