“Un fungo emergente, preoccupante e resistente si sta diffondendo. Dobbiamo scrivere un progetto.” Era il 2020 quando la professoressa Claudia Cafarchia, micologa e parassitologa di fama internazionale, pronunciava queste parole che suonavano come un sinistro avvertimento. Ben presto il mondo intero avrebbe imparato a conoscere Candida auris, il fungo che sta mettendo in allerta le strutture sanitarie europee (e non solo).
Secondo il responsabile della sezione Antimicrobial Resistance and Healthcare-Associated Infections dell’ECDC (il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), C. auris si è diffusa in pochi anni, passando da casi isolati alla diffusione, in particolare in alcuni Paesi.
Tra il 2013 e il 2023 in Europa sono stati diagnosticati oltre 4.000 casi, con un forte incremento nel 2023 con 1346 casi segnalati in 18 Paesi. La maggior parte di essi si concentrava in Spagna, Grecia, Italia, Romania e Germania (l’Italia è al terzo posto per numero di casi). A livello globale, C. auris è stata rilevata in 61 Paesi distribuiti su 6 continenti (dati dicembre 2023), confermando la sua diffusione come patogeno emergente.
La prima identificazione ufficiale di C. auris risale al 2009, quando il fungo fu isolato in Giappone dall’orecchio di una donna. Da quell’episodio deriva anche il nome auris (dal latino “orecchio”). Analisi retrospettive hanno però rivelato che il microrganismo probabilmente circolava già dalla fine degli anni 90, con alcuni focolai in Asia, e che il primo caso conosciuto potrebbe risalire al 1996, in un paziente coreano. In Europa, C. auris ha fatto la sua comparsa nel 2015, con un focolaio registrato in Francia. In Italia, invece, il primo caso ufficialmente documentato è molto più recente e risale al 2019.
Il fungo misterioso che spaventa il mondo
La parte più enigmatica della storia di questo fungo riguarda le sue origini. Analisi genetiche condotte nel 2017 hanno rivelato che il fungo non è comparso in un unico punto per poi diffondersi, ma si è espanso in modo indipendente in diverse regioni del mondo: in Asia, Africa e Sud America abbiamo infatti ceppi geneticamente distinti. Dove viveva prima di arrivare all’uomo?
Nel 2021, un team di ricercatori lo ha individuato in spiagge e paludi salmastre delle Isole Andamane, nell’Oceano Indiano. Poco dopo, altri ricercatori lo hanno trovato su mele in India. Entrambi i contesti rafforzano l’idea di un fungo con una notevole capacità di adattamento: tollera alte concentrazioni di sale, sopravvive in condizioni ambientali difficili e cresce anche a temperature elevate, fino a 42 °C. Una recente pubblicazione sulla rivista The Lancet Regional Health sottolinea che il riscaldamento globale avrebbe favorito ceppi in grado di adattarsi a temperature più elevate, simili a quelle del corpo umano.
Questo fungo negli ultimi anni ha attirato grande attenzione a livello internazionale per la sua capacità di diffondersi rapidamente negli ospedali e nelle strutture sanitarie. È spesso resistente ai farmaci antifungini e può causare infezioni gravi, soprattutto nei pazienti immunocompromessi. Nell’ottobre del 2022 l’Organizzazione mondiale della Sanità lo infatti ha inserito nella lista dei funghi patogeni con elevata priorità perché rappresenta una seria minaccia per la salute pubblica a causa della sua resistenza a diversi farmaci antimicotici.
Un’emergenza da non sottovalutare
In generale, i funghi del genere Candida sono tra i principali responsabili di infezioni nel sangue, con una mortalità che può superare il 35%. La patogenicità di questi funghi è legata a fattori di virulenza, come la sintesi di enzimi e la capacità di passare a una forma filamentosa. Anche se i fattori di virulenza di C. auris non sono ancora del tutto noti, sembrano essere simili a quelli della ben nota Candida albicans.
Una delle caratteristiche che rende C. auris particolarmente difficile da controllare è la sua capacità di persistere a lungo su superfici e attrezzature mediche, nonché di trasmettersi da un paziente all’altro. C. auris inoltre è in grado di formare biofilm (una “comunità” di microorganismi in una matrice polimerica adesa ad una superficie) grazie alla produzione di molecole di adesione.
Il biofilm consente la colonizzazione della pelle (soprattutto ascelle e inguine) e di numerosi dispositivi medici, come cateteri urinari e venosi, aumentando così il rischio di infezioni del sangue. Questi biofilm sono resistenti a numerosi disinfettanti comunemente impiegati negli ospedali. Nel 2018, ad esempio, nonostante l’utilizzo di disinfettanti, si è verificato nel Regno Unito un focolaio da auris, attribuito all’uso di termometri ascellari contaminati.
Identificare questo “fungo killer” non è semplice. Le infezioni da C. auris vengono diagnosticate tramite coltura del sangue o di altri fluidi corporei, ma nei test di laboratorio il microrganismo può essere confuso con altre specie di Candida, rendendo necessario l’utilizzo di tecniche avanzate per confermare la diagnosi. I sintomi sono spesso molto generici, perché le persone colpite sono generalmente pazienti con altre patologie concomitanti. L’infezione può rimanere silente per lungo tempo e manifestarsi in forma invasiva solo quando le difese immunitarie del paziente vengono a meno.
Nonostante alcuni esempi positivi di contenimento, molti Paesi europei mostrano ancora importanti lacune nella preparazione e nella risposta. Ad oggi, l’ECDC evidenzia che su 36 Paesi coinvolti, solo 17 hanno attivato un sistema nazionale di sorveglianza dedicato a C. auris e solo 15 hanno sviluppato linee guida specifiche per la prevenzione e il controllo delle infezioni. La soluzione? Serve come sempre un impegno condiviso, mirato a rafforzare la sorveglianza, potenziare le capacità diagnostiche dei laboratori, armonizzare le linee guida e predisporre piani di intervento tempestivi.
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