La concretizzazione della vendita del gruppo petrolifero Italiana Petroli a Socar, il colosso energetico di Stato dell’Azerbaijan, mette in una posizione estremamente critica il governo Meloni e le strategie di approvvigionamento energetico e approccio alla grande strategia europea, mediterranea e non solo di Roma. L’affare vale 2,5 miliardi di euro.
L’acquisto di Ip da parte di Socar
Il gruppo che controlla una rete di oltre 4.500 distributori e raffina circa 10 milioni di tonnellate di petrolio l’anno con sede a Falconara Marittima (in provincia di Ancona), di proprietà dell’Api Holding presieduta da Ugo Brachetti Peretti è stata acquisita dalla State Oil Company of Azerbaijan Republic per l’imponente cifra di 2,5 miliardi di euro, proiettando Baku ad esercitare un ruolo decisivo nel quadro dell’agenda energetica italiana.
Dopo aver incorporato le attività di TotalErg nel 2018 e quelle di Esso in Italia nel 2022 IP è diventata il leader della distribuzione di carburanti nel territorio nazionale, dato che circa il 24% del mercato è ad essa riferibile. Una quota, quest’ultima, raddoppiata dopo l’incorporazione delle attività americane di Esso. L’azienda è in salute: Italiana Petroli ha superato i 12 miliardi di euro di fatturato e sfiorato i 900 milioni di utili nel 2024 e vanta una cassa di circa 500 milioni di euro.
Socar si trova così a incorporare nella sua rete un asset di notevole pregio, fondamentale per la sicurezza energetica nazionale. Al contempo, l’Azerbaijan è fornitore di una quota ampiamente superiore al 15%, e diretta ormai al 20%, delle importazioni di gas italiano grazie al gasdotto Tap, avendo aumentato la sua partecipazione dopo l’appannamento delle relazioni economiche tra Unione Europea e Russia sulla scorta della guerra in Ucraina, e garantisce il 15% del petrolio destinato al mercato nazionale. L’ingresso del colosso di Stato azero in IP, dunque, pone un problema importante di governance della sovranità energetica nazionale.
Il nodo del golden power su Socar-Ip
Qualora il governo di Giorgia Meloni volesse decidere di applicare il golden power per condizionare l’acquisizione a determinati precetti politico-economici, si troverebbe potenzialmente a dover scontentare un partner strategico che ha un’influenza crescente sul Paese, con frequenti scambi di visite di ministri e con appalti miliardari concessi alle aziende italiane nel Paese ex sovietico nei settori dell’energia, della difesa, delle infrastrutture.
Inoltre, l’Azerbaijan è oggi sempre più strategico per l’Occidente dopo l’avvicinamento agli Usa a seguito della mediazione della pace tra Baku e l’Armenia da parte dell’amministrazione di Donald Trump. “La decisione del governo Meloni sarà quindi un delicato equilibrio tra la necessità di attrarre investimenti esteri e quella, ancora più pressante, di proteggere la propria sovranità in un settore, quello energetico, che è al centro delle tensioni geopolitiche globali”, ragiona Energia Oltre. Del resto, l’Azerbaijan ha eccellenti rapporti anche con due attori-chiave per la strategia italiana, Turchia e Israele, con cui il confronto è inevitabile per delineare le rotte strategiche del Levante e del Mediterraneo.
La vendita di Ip a Socar da parte della famiglia Brachetti, dunque, non è una semplice operazione di mercato ma un vero e proprio “stress test” sulla nuova geopolitica energetica dell’Italia, sul connubio tra scenari di mercato e obiettivi strategici e sistemici del Paese e sulla capacità di saper far convivere interessi nazionali e relazioni globali in una fase complessa. Dalle pompe di benzina passa, insomma, una riflessione seria su ciò che l’Italia vuole essere in campo energetico e, soprattutto, sul rischio che nuove dipendenze si sostituiscano alle vecchie. Qualcosa di cui l’intero sistema-Paese rischierebbe di non giovare.
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