A Buenos Aires, il decreto con cui Javier Milei ha autorizzato la privatizzazione del 49% di Nucleoelectrica Argentina è caduto come un fulmine a ciel sereno. Lo Stato manterrà il 51% del capitale, garantendosi così il controllo strategico delle centrali di Atucha I, Atucha II ed Embalse. Ma l’apertura al capitale privato, di cui il 44% sarà messo a gara e il 5% riservato ai lavoratori, rappresenta una rottura profonda rispetto a un settore che per decenni era rimasto sotto il monopolio pubblico.
Le motivazioni ufficiali sono note: attrarre investimenti, diversificare i rischi, migliorare l’efficienza di un’azienda che nel 2023 aveva ancora ricevuto circa 700 milioni di dollari di trasferimenti non rimborsabili dallo Stato. Nel 2024, quei trasferimenti sono stati azzerati, segnale di un cambio di paradigma: Nucleoelectrica deve imparare ad autofinanziarsi. Per Milei, campione del libero mercato, l’ingresso di capitali privati introduce disciplina e rigore gestionale in una società che, pur essendo in utile, porta con sé un debito significativo e deve trovare 300 milioni di dollari per riavviare Atucha I, ferma da un anno e mezzo.
Dietro i numeri e le dichiarazioni ufficiali si intravede però un’altra motivazione: l’Argentina è in una crisi economica severa, con inflazione cronica, un peso in caduta e un deficit che rischia di sfuggire di mano. La privatizzazione parziale appare quindi come un’ancora di salvezza, un modo rapido per raccogliere liquidità, stabilizzare i conti e mandare segnali di affidabilità ai creditori internazionali e al FMI. Milei non lo nasconde: vuole ridurre la presenza dello Stato e aprire l’economia argentina agli investitori stranieri, in particolare statunitensi e canadesi, partner naturali per lo sviluppo del nucleare e dell’estrazione di uranio.
Una questione di sovranità energetica
Il paragone con gli anni di Carlos Menem viene spontaneo. Negli anni Novanta, il presidente peronista lanciò un’ondata di privatizzazioni senza precedenti: YPF, telecomunicazioni, elettricità, ferrovie. L’obiettivo era simile: ridurre il deficit, attrarre investimenti, rilanciare la fiducia. Ma il prezzo fu alto: svendita di asset strategici, perdita di posti di lavoro, aumento della dipendenza dall’estero e, alla fine, la crisi del 2001. I critici di Milei temono che la storia possa ripetersi: una cessione accelerata per far cassa, senza un vero piano industriale di lungo periodo.
Milei ribatte che lo Stato manterrà la maggioranza e quindi la capacità decisionale. Ma è davvero così se i nuovi azionisti pretenderanno rendimenti più alti, aumento delle tariffe e riduzione del personale? I sindacati già denunciano il rischio di licenziamenti e di smantellamento delle tutele.
In gioco non c’è solo una transazione finanziaria ma la sovranità energetica del Paese. L’Argentina è una delle poche nazioni latinoamericane con una filiera nucleare completa, in grado di produrre combustibile e progettare reattori. La privatizzazione di NA-SA potrebbe rafforzare questa capacità se i capitali privati saranno reinvestiti in ricerca e sviluppo. Ma potrebbe anche aprire la strada a un’influenza straniera maggiore nelle scelte tecnologiche, riducendo l’autonomia strategica.
Milei scommette che questa audacia spegnerà decenni di stagnazione e rimetterà l’Argentina sul sentiero della crescita. I suoi oppositori vedono un salto nel buio, dettato più dall’urgenza di far quadrare i conti e dall’ideologia libertaria che da una visione di lungo periodo. Sarà il tempo a dire chi ha ragione: se arriveranno investimenti, se Atucha tornerà a produrre e se le tariffe resteranno sostenibili, Milei potrà rivendicare di aver vinto la sua scommessa. In caso contrario, rischia di lasciare un Paese ancora più fragile e dipendente.
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