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Il sale dell’India: l’oro bianco e gli operai-schiavi da 70 centesimi al giorno

50 Paesi comprano il sale dall'India, che viene estratto da operai che lavorano in condizioni di semischiavitù.
india

L’India è oggi il terzo esportatore mondiale di sale, con oltre 50 Paesi clienti e un giro d’affari di circa 260 milioni di dollari l’anno. Ma dietro il successo economico si cela un prezzo altissimo: quello pagato dai 150mila lavoratori dei “salt-pan”, le distese di saline che punteggiano soprattutto il Gujarat e il Tamil Nadu.

Nel solo Gujarat, da cui proviene quasi l’87% del sale indiano, un chilo su dieci consumato nel mondo ha origine dal Rann di Kutch, un deserto salato che in estate raggiunge i 50 gradi. Qui, migliaia di agariyas, come vengono chiamati i lavoratori delle saline, affrontano condizioni estenuanti: la preparazione delle vasche, il pompaggio della salamoia e la raccolta di cristalli pesanti. Operazioni che lasciano segni permanenti: piedi piagati, vista compromessa, malattie renali croniche e disturbi cardiovascolari.

Uno studio del 2023 ha documentato che oltre la metà degli operai di Thoothukudi, nello stato di Tamil Nadu, soffre di problemi visivi a causa del riflesso del sole sulle superfici bianche. Altri rischi derivano dalla disidratazione: le alte temperature fanno perdere fino a un litro d’acqua l’ora, mentre i lavoratori spesso portano con sé solo una bottiglia per l’intera giornata, senza possibilità di rifornirsi. L’impatto è devastante: infezioni urinarie diffuse, insufficienza renale progressiva e, nei casi peggiori, danni irreversibili.

Il salario resta misero: tra 600 e 1.700 dollari l’anno, con testimonianze di guadagni di appena 70 centesimi al giorno. Una paga che non permette nemmeno di affrontare le spese sanitarie, mentre i profitti si concentrano nelle mani dei grandi marchi come Tata Salt, ITC o Nirma, che dominano il mercato nazionale ed esportano in mezzo mondo.

Alle sofferenze fisiche si aggiunge l’isolamento sociale. Oltre il 50% dei lavoratori appartiene alle caste Dalit, tradizionalmente escluse dai lavori meglio retribuiti. La mancanza di alternative e le piaghe ai piedi impediscono agli operai di dedicarsi ad altre mansioni, come l’agricoltura durante la stagione delle piogge. Nel 2021, dopo mesi di proteste, lo Stato ha concesso un sussidio di 5.000 rupie (circa 58 dollari) nei mesi di inattività: un sostegno simbolico, che non compensa la precarietà.

Qualche timido passo avanti si è visto: in Gujarat è stato introdotto un servizio di furgoni mobili per fornire beni essenziali e assistenza sanitaria di base. In Tamil Nadu, un ordine governativo del 2023 ha promesso la creazione di un Welfare Board dedicato, simile a quello già operativo per i lavoratori edili, con misure su orari, acqua potabile e servizi igienici. Ma la riforma resta lettera morta.

Quali sono i principali paesi importatori? La Cina, con oltre un terzo della torta. E poi a grande distanza la Corea del Sud, il Giappone e l’Indonesia. L’Italia, nonostante il crescente fenomeno del cosiddetto “sale rosa dell’Himalaya”, non è praticamente pervenuta.

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