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Guerra

Doha affonda la propaganda di Netanyahu: la guerra di Israele non è per gli ostaggi ma un fine in sé

Benjamin Netanyahu ha finito i Rubiconi da valicare, ma questo non fa di lui un moderno Giulio Cesare, quanto piuttosto un azzardato giocatore di dadi che scommette a ogni rialzo di posta la sicurezza di Israele, la stabilità del Medio...

Benjamin Netanyahu ha finito i Rubiconi da valicare, ma questo non fa di lui un moderno Giulio Cesare, quanto piuttosto un azzardato giocatore di dadi che scommette a ogni rialzo di posta la sicurezza di Israele, la stabilità del Medio Oriente, gli equilibri internazionali. Il fallito (ad ora) tentativo di eliminazione dei negoziatori di Hamas ha però avuto il risultato di chiarire, apertamente, il teatro operativo del Medio Oriente e di mostrare nella sua interezza il campo da gioco. Ci sono alcune evidenze che sembrano emergere attivamente dall’attacco compiuto da Tel Aviv a Doha. Ne evidenziamo quattro

Innanzitutto, che quella di Gaza non è una guerra per gli ostaggi, ammesso che lo sia mai stata. Non è la liberazione dei prigionieri superstiti detenuti da Hamas dal loro sequestro, il 7 ottobre 2023, l’obiettivo di Tel Aviv. Non lo è per il primo ministro Benjamin Netanyahu. Altrimenti, non si capirebbe l’agire di Tel Aviv. Non c’è atto più scriteriato che colpire i negoziatori che dovrebbero garantire la liberazione dei prigionieri.

In secondo luogo, che non ha senso fare differenza tra Netanyahu e il resto della politica israeliana quando si parla di grande strategia israeliana. C’è una vasta fetta della politica di Tel Aviv che concorda e approva la linea d’azione del governo in riferimento alle mosse più avventate.

Il capo dell’opposizione Yair Lapid, ma anche altri big come Benny Gantz e lo stesso presidente Isaac Herzog, tutti provenienti da famiglie politiche diverse da quella nazional-conservatrice del Likud di Netanyahu e ancor più dai suoi alleati di estrema destra, hanno elogiato l’attacco a Doha così come in precedente hanno approvato, pur con distinguo, la rappresaglia di Gaza e gli attacchi in Libano, Siria e Iran. Ormai è difficile ammettere che con pressoché qualsiasi degli attuali leader la situazione del post-7 ottobre 2023 sarebbe andata diversamente.

Terzo punto, Israele sembra essere arrivata a un punto di irreversibile deriva politico-militare, tale da sacrificare qualsiasi ambizione strategica precedente lo scenario delineato dalla guerra a Gaza e dalle sue metastasi. Oggi potrebbero essere definitivamente morti gli Accordi di Abramo, come dimostrato dal sostegno unanime dei Paesi del Golfo al Qatar e perfino dal diretto e chiaro appoggio dell’Arabia Saudita alla sovranità di Doha. Ricomporre questa frattura sarà durissimo per Tel Aviv, che rischia di essere tornata al punto di partenza sul piano diplomatico.

Last but not least, il Qatar era noto ospitasse i leader di Hamas anche prima delle stragi del 7 ottobre. Molti capi dell’organizzazione sono stati, ben più a caldo, colpiti lontani da Doha. Vale per tutto l’assassinio di Ismail Haniyeh, capo politico di Hamas ucciso a Teheran nel luglio del 2024. Colpendo Doha Israele ha dimostrato di poter agire facilmente contro la roccaforte del suo gruppo nemico per eccellenza e, implicitamente, fa capire che avrebbe potuto farlo molto prima. Avrebbe potuto punire i vertici di Hamas a caldo, dopo i massacri. Non ha voluto farlo per una precisa scelta politica e militare. La guerra non è un mezzo, ma un fine in sé che deve nutrire l’obiettivo della “ristrutturazione” del Medio Oriente perseguita da Netanyahu. Guerra chiama guerra, in una discesa inesorabile. Non è per gli ostaggi e Hamas è solo un pretesto: va detto a viso aperto, pena l’incomprensione di ciò che accade in Medio Oriente.

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