Il recente passaggio del Labor Day negli Usa è stato salutato dall’amministrazione di Donald Trump con enfasi circa il ruolo che le politiche di Washington starebbero giocando nel rimettere al centro l’occupazione di qualità e la sicurezza dei lavoratori statunitensi.
I dati sul mercato del lavoro negli ultimi mesi, però, stanno però offrendo una lettura diversa: le statistiche di agosto del Bureau of Labor Statistics mostrano che nello scorso mese Washington ha visto la sua economia creare solo 22mila posti di lavoro a fronte di 79mila previsti, mentre al contempo il dato di giugno è stato riclassificato: da +27mila a -13mila, una contrazione che porta al primo “rosso” mensile dai tempi del 2020 e dello scoppio della pandemia di Covid-19 che generò un’impennata di disoccupazione negli States.
La cacciata dell’ex commissaria del Bls, Erika McEntarfer, ritenuta pregiudizievole contro i repubblicani, non ha cambiato la realtà dei fatti. L’economia a stelle e strisce, su diversi fronti, ha il fiato corto e fatica a creare nuovi posti di lavoro. Tutto questo è sommato al fatto che nel campo della manifattura agosto ha registrato la perdita di 12mila posti di lavoro, nonostante gli annunci di grandi investimenti sul piano interno da parte di molte big dell’industria e il varo dell’ambiziosa strategia con cui Trump, con i dazi, mira a spingere le imprese dei Paesi partner a produrre sempre di più sul suolo americano.
Zero Hedge ricorda che “anche il numero di disoccupati è aumentato, passando da 7,236 milioni a 7,384 milioni, e con la forza lavoro in aumento a 170,778 milioni, anche il tasso di disoccupazione è salito al 4,3% (4,324% per la precisione) dal 4,2%, in linea con le aspettative”, mentre “tra i principali gruppi, il tasso di disoccupazione per i neri è salito al 7,5%, il più alto dal 2021; anche tutti gli altri tassi di disoccupazione sono aumentati modestamente: bianchi (3,7%), asiatici (3,6%) e ispanici (5,3%)”.
In quest’ottica, queste dinamiche si saldano con una prospettiva economica chiara. Gli Stati Uniti stanno vivendo una fase in cui la politica economica rischia di mettere in campo scenari difficili da sovrapporre. Sul piano interno Trump spinge per applicare un’agenda pro-business e di alleggerimento fiscale, che secondo il bipartisan Congressional Budget Office, potrebbe rivelarsi profondamente regressiva e togliere di fatto risorse al 30% più povero della popolazione e aumentare quelle a disposizione del 20% più ricco degli americani.
Parimenti, nella narrativa, i dazi verso l’esterno sono pensati come leva per la produzione industriale e per favorire il trasferimento di risorse e investimenti da Asia e Europa verso gli Usa. Ad oggi questo non si sta verificando, anche se di fatto la vera strategia di Trump è volta a ridurre il debito americano facendo cassa e imponendo un biglietto d’ingresso al mercato a stelle e strisce. Il prezzo da pagare è il rischio di una più alta inflazione sul breve e medio periodo.
Il rischio? Un sistema-Paese americano con meno capacità di creare lavoro, più alta inflazione e disuguaglianze crescenti dovrà sostenere un assestamento finalizzato a ridurre il debito sperando negli investimenti tecnologici in conto capitale per veder la crescita nominale correre. Una scommessa azzardata, che per Trump è potenzialmente connessa alla prospettiva di un taglio dei tassi della Fed auspicato politicamente ma sempre più difficile da giustificare coi numeri. Un cortocircuito strategico è il rischio che Trump si trova ad affrontare. Con le midterm a poco più di un anno, sarà l’economia il banco di prova.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

