Sharjah, uno degli emirati meno appariscenti ma strategicamente rilevanti degli Emirati Arabi Uniti, è diventata un crocevia silenzioso del commercio globale di armamenti. Le sue zone franche, nate per facilitare il commercio con vantaggi fiscali e normativi, si sono trasformate in piattaforme ideali per l’arrivo di aziende cinesi dell’industria militare. Qui possono operare con discrezione, aggirando controlli e vincoli che, se partissero direttamente dalla Cina, renderebbero più complicato l’accesso ai mercati sensibili. Il riferimento, in particolare, è al continente africano: un’area in cui la domanda di armi cresce parallelamente al moltiplicarsi dei conflitti e al collasso di molti sistemi di sicurezza locali.
Gli Emirati come intermediari
L’operazione non è isolata. Da tempo gli Emirati hanno assunto il ruolo di mediatori e redistributori di armamenti, comprando da potenze come Cina e Russia per poi inoltrare i sistemi a Paesi africani o a gruppi armati. Non sempre in linea con i trattati internazionali. In Sudan, ad esempio, le forze paramilitari RSF hanno impiegato armamenti cinesi di ultima generazione: bombe guidate GB50A, howitzer AH-4 da 155 mm e droni Wing Loong II. Tutti sistemi transitati da Abu Dhabi e poi consegnati agli uomini del generale Hemedti, nonostante l’embargo ONU. Accuse precise, supportate da indagini e immagini sul campo, che gli Emirati respingono definendole “infondati attacchi”.
I casi di Sudan e Ciad
Il Sudan non è l’unico scenario. Nel 2025, N’Djamena ha ricevuto dall’UAE i sistemi cinesi FK-2000, missili terra-aria capaci di contrastare droni e aerei da combattimento. L’operazione è avvenuta subito dopo un accordo di cooperazione militare tra Ciad ed Emirati. In apparenza, un contributo alla lotta contro terrorismo e traffici transfrontalieri. In realtà, un tassello ulteriore del disegno emiratino: consolidare regimi amici, ampliare la proiezione di potere e garantirsi accesso privilegiato a risorse e posizioni geografiche strategiche.
La Cina, nuova potenza africana
La presenza cinese in Africa non è una novità, ma il ricorso agli Emirati come hub di transito offre a Pechino un vantaggio notevole. Consente di vendere armi senza esporsi direttamente alle accuse di alimentare conflitti e di scambiare armamenti non solo per valuta, ma soprattutto per concessioni minerarie, petrolifere e infrastrutturali. Dal 2019 al 2023, 21 Paesi africani hanno ricevuto armamenti cinesi. Drastico il sorpasso su Mosca: la Russia, storica fornitrice di armi al continente, ha perso terreno, complice la guerra in Ucraina e le sanzioni occidentali.
L’Emirato sub-imperiale
Dal canto suo, Abu Dhabi ha deciso di trasformarsi da acquirente a esportatore. Non più solo cliente privilegiato di Washington (64% delle importazioni militari emiratine proveniva dagli USA fino a pochi anni fa), ma attore in proprio. Con un portafoglio da 97 miliardi di investimenti in Africa, tre volte quello di Pechino, e con la capacità di aggirare regole e controlli. Questo ruolo sub-imperiale rafforza la sua posizione nel Golfo, ma rischia di accendere nuovi focolai in un continente già fragile.
Geopolitica e geoeconomia
Siamo dunque di fronte a un doppio gioco. La Cina consolida la propria influenza offrendo armi a basso costo e costruendo dipendenze politiche. Gli Emirati utilizzano la triangolazione per guadagnare peso internazionale e alimentare un proprio disegno di potenza, anche in contrasto con le regole multilaterali. Per l’Africa, la prospettiva è ambigua: riceve sistemi che rafforzano i governi e le loro capacità militari, ma paga il prezzo di un’instabilità che si prolunga e di conflitti che diventano sempre più tecnologici.
Il tutto in un contesto globale in cui il commercio delle armi resta uno dei settori più opachi e redditizi, con margini di corruzione stimati fino al 40%. Mentre gli Stati occidentali cercano di imporre vincoli e trasparenza, il binomio Pechino-Abu Dhabi si muove in senso opposto, rendendo Sharjah e le altre free zone emiratine la nuova frontiera della “guerra economica”.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

