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Guerra

Raffaele Oriani: “bisogna imporre a Israele la salvaguardia della vita e del lavoro dei giornalisti”

Raffaele Oriani, giornalista, già caporedattore di Reset, redattore di iO Donna-Corriere della Sera e collaboratore del Venerdì di Repubblica, è autore, insieme al giornalista palestinese Alhassan Selmi e all’illustratrice Marcella Brancaforte del libro “Hassan e il genocidio” (People, 2025), un’opera...

Raffaele Oriani, giornalista, già caporedattore di Reset, redattore di iO Donna-Corriere della Sera e collaboratore del Venerdì di Repubblica, è autore, insieme al giornalista palestinese Alhassan Selmi e all’illustratrice Marcella Brancaforte del libro “Hassan e il genocidio” (People, 2025), un’opera coraggiosa, dal rilevante valore documentale e narrativo, che racconta la crisi di Gaza attraverso la testimonianza diretta del giornalista palestinese. Il libro offre dall’interno una prospettiva articolata sulla tragedia umanitaria vissuta nella Striscia di Gaza.

Lunedì 25 agosto all’ospedale Nasser di Khan Yunis, a Gaza, sono stati uccisi cinque colleghi giornalisti. Lavoravano per Reuters, Associated Press, Al Jazeera e per Quds Network.

Solo quindici giorni fa, all’ospedale Al-Shifa di Gaza City, era stato ucciso il popolarissimo reporter di Al Jazeera Anas al-Sharif, insieme ad altri cinque colleghi.

Sono ormai centinaia i giornalisti ammazzati dall’esercito israeliano a Gaza. Secondo le fonti palestinesi e internazionali, il numero varia tra i 190-195 fino ai 245, come calcolato dal sindacato dei giornalisti palestinesi. È del tutto inaccettabile quello che sta succedendo: una vera e propria mattanza di giornalisti.

Basti pensare che nella guerra in Ucraina, quasi contemporanea, in tre anni i giornalisti caduti sono stati 19 e nella sanguinosissima guerra di Bosnia caddero 32 colleghi. Qui, invece, parliamo di oltre 200 colleghi: un massacro rispetto al quale il giornalismo internazionale non reagisce in maniera adeguata.

Non si tratta più soltanto di fare cronaca o riportare notizie: si tratta di prendere posizioni nette e ultimative, di imporre all’esercito israeliano il rispetto delle Convenzioni di Ginevra e la salvaguardia della vita e del lavoro dei giornalisti.

A Gaza non ci sono aree sicure. A Gaza non sono sicuri neppure gli ospedali. A Gaza sta per cominciare l’ultima tappa di questo infinito genocidio, ed è chiaro che a chi lo compie conviene non avere testimoni: non avere giornalisti che raccontino ciò che accade, come hanno fatto fino in questi mesi da due anni.

Come dice il collega Alhassan Selmi, con cui abbiamo scritto un libro assieme all’illustratrice Marcella Brancaforte, la responsabilità dei giornalisti di Gaza è grande. Continueranno a seguirla, continueranno a rispettarla e a portare avanti il loro lavoro.

Ma sta a noi, colleghi occidentali, che siamo al sicuro e non rischiamo la vita, fornire loro la forza, l’assistenza, la difesa: una vera e propria scorta mediatica di cui hanno bisogno contro una forza senza controllo, un esercito che infrange le più basilari regole della condotta di guerra. Probabilmente perché questa non è una guerra, ma uno sterminio, un genocidio.

L’Ordine nazionale dei giornalisti italiani ha lanciato una raccolta fondi, “Siamo la voce per Gaza”, a cui invito a partecipare. Ma questo non basta: servono le testate, serve un’unica voce del grande mainstream occidentale che imponga a Israele di rispettare la vita dei giornalisti, l’immunità degli ospedali, la protezione dei civili e, soprattutto, che chieda con forza di mettere fine a questo genocidio.

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