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Politica

Trump, Zelensky e la sfida della pace: il nodo delle garanzie di sicurezza

L'incontro alla Casa Bianca tra Trump, Zelensky e leader europei ha messo al centro il nodo delle garanzie di sicurezza per l'Ucraina.

L’incontro di lunedì alla Casa Bianca tra il presidente Donald Trump, il leader ucraino Volodymyr Zelensky e diversi leader europei ha rappresentato il primo passo di un negoziato che ha come obiettivo non solo di porre fine alla guerra in Ucraina ma anche di gettare le basi di una nuova architettura di sicurezza in Europa. Sebbene il summit si sia svolto in un clima cordiale e segnato da un cauto ottimismo, il cammino verso una “pace duratura” si preannuncia lungo e irto di difficoltà. Le discussioni tra i leader alla Casa Bianca hanno evidenziato un consenso generale tra Stati Uniti, Ucraina e alleati europei sulla necessità di fornire “garanzie di sicurezza” postbelliche per prevenire future aggressioni russe, ma i contorni di tali misure restano vaghi. Trump ha accennato a possibili “scambi di territorio” basati sulle attuali linee di guerra e a un futuro incontro trilaterale con Russia, Ucraina e Stati Uniti.

Garanzie di sicurezza sì, ma quali?

Il termine “garanzie di sicurezza” rimane vago e soggetto a interpretazioni diverse. Per l’Europa e l’Ucraina, l’obiettivo sembra essere quello di creare una situazione in cui Kiev goda di una protezione simile a quella di un membro Nato (richiamando l’articolo 5), pur senza un’adesione formale. Tuttavia, il presidente Trump ha mostrato riluttanza ad accrescere gli impegni militari degli Stati Uniti in Europa; e pertanto, tali “garanzie” dovranno essere fornite dai Paesi europei direttamente. Come? Acquistando armi americane da destinare all’Ucraina.

Secondo il Financial Times, infatti, Kiev si impegnerà ad acquistare armi statunitensi per 100 miliardi di dollari, finanziate dall’Europa, come parte di un accordo per ottenere “garanzie di sicurezza” dagli Stati Uniti dopo un eventuale accordo di pace con la Russia. Inoltre, il piano prevede un accordo da 50 miliardi di dollari per la produzione di droni con aziende ucraine.

Il modello dell’articolo 5

Inoltre, l’Articolo 5 del Trattato NATO evocato in questi giorni su proposta proprio dell’Italia, che stabilisce il principio di difesa collettiva, è intenzionalmente formulato in modo vago per lasciare flessibilità agli Stati membri. Esso afferma che un attacco armato contro uno o più membri dell’Alleanza è considerato un attacco contro tutti, e che i membri si impegneranno ad assistere il Paese attaccato con azioni ritenute necessarie, “inclusa l’uso della forza armata”. Tuttavia, non obbliga a una risposta militare automatica né specifica il tipo o l’entità dell’intervento. Se è “vago” per un Paese membro della NATO, figurarsi per un Paese che nemmeno fa parte dell’Alleanza Atlantica.

Un altro aspetto cruciale da considerare è se il presidente russo Vladimir Putin possa prendere sul serio eventuali garanzie di sicurezza offerte dagli Stati Uniti o dalla NATO. Dopo aver sacrificato centinaia di migliaia di soldati per impedire l’integrazione dell’Ucraina nelle strutture di sicurezza occidentali, sembra improbabile che il leader russo accetti un accordo che contraddica uno degli obiettivi principali della sua campagna militare. Su questo punto, così come sulla questione cruciale dei territori, sarà necessario un intenso lavoro diplomatico. È tuttavia plausibile che Trump e Putin, o meglio le loro rispettive diplomazie, abbiano già avviato discussioni in merito. La sceneggiatura c’è, ora sta agli attori in campo calarsi o meno nella parte.

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