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Guerra

Trump-Putin: il “Ferragosto di fuoco” di Anchorage tra opportunità e miraggi

Anchorage, Alaska, sarà per un giorno il centro del mondo. Oggi, attorno alle 21 ora italiana, andrà in scena l’atteso summit bilaterale tra Donald Trump e Vladimir Putin. Al centro delle discussioni: la guerra in Ucraina e le prospettive per...

Anchorage, Alaska, sarà per un giorno il centro del mondo. Oggi, attorno alle 21 ora italiana, andrà in scena l’atteso summit bilaterale tra Donald Trump e Vladimir Putin. Al centro delle discussioni: la guerra in Ucraina e le prospettive per una sua fine. Nei fatti, però, molto di più è in ballo nel primo dialogo diretto, faccia a faccia, tra Putin e Trump nella seconda amministrazione del tycoon e nel primo bilaterale tra lo Zar del Cremlino e un leader del G7 dall’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022.

Sarà un summit in cui bisognerà cogliere le opportunità e evitare i miraggi. Le opportunità non mancano: il ritorno di una diplomazia ad altissimi livelli per risolvere problemi concreti. Piaccia o meno, questo è trattare: si dialoga con gli avversari, anche i più irriducibili. Russia e Usa lo sono stati, a lungo, negli ultimi anni. Le rispettive sfere di sicurezza sono arrivate a collidere e si è persa anche quella auspicabile prevedibilità che le maggiori potenze atomiche del pianeta dovrebbero avere, nel rispetto dei reciproci interessi, nella propria relazione. Putin aveva già offerto un aperitivo del summit odierno confrontandosi, a luglio, con Emmanuel Macron sul dossier iraniano.

I nemici si guardano negli occhi

“I nemici si guardino negli occhi”, ammoniva appena eletto al soglio pontificio Papa Leone XIV. Il summit Putin-Trump appare il viatico più diretto perché a guardarsi negli occhi arrivino lo stesso leader del Cremlino e il rivale ucraino Volodymyr Zelensky. Di conseguenza, questo summit può fornire una seconda strada importante: la riscoperta di un sano realismo.

Lo scrive anche Emma Ashford, politologa dello Stimson Center dove studia le linee guida della grande strategia Usa, sul prestigioso Foreign Policy: Trump ha preso atto del fatto che era irrealistico “il piano di molti importanti leader europei, tra cui lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky e quelli di Regno Unito, Francia e Germania, che continuano a insistere sul fatto che qualsiasi negoziato debba avvenire solo dopo l’attuazione di un cessate il fuoco iniziale”.

Per Ashford, è doveroso chiedersi “perché la Russia, attualmente avvantaggiata sul campo di battaglia e con un’economia danneggiata ma ancora ampiamente resiliente, accetterebbe di interrompere i combattimenti” facendo sostanzialmente concessioni unilaterali. Può non piacere ma è così: in ogni guerra è la situazione sul campo di battaglia la realtà da cui partire per una trattativa e un negoziato.

Terzo punto, è bene sottolineare che le questioni securitarie tra Russia e Usa non si limitano all’Ucraina ma abbracciano una tale varietà di temi, dal controllo degli armamenti al Medio Oriente, tali per cui un dialogo Trump-Putin non potrà essere, perlomeno non solo, centrato sull’Ucraina. E la stessa guerra in Est Europa non è una monade isolata. Si potrà avanzare un discorso su come migliorare la sicurezza collettiva anche su altri fronti? Se sì, il summit dell’Alaska sarà un’opportunità.

I miraggi da sfatare nel summit in Alaska

Vanno, però, sfatati i miraggi. I summit Usa-Russia di oggi non sono più quelli dell’era della Guerra Fredda. Trump e Putin non hanno la possibilità di plasmare il mondo da soli e di conseguenza sarebbe prematuro aspettarsi vere e proprie palingenesi o soluzioni definitive dal “Ferragosto di fuoco” dell’Alaska.

Ogni accordo russo-americano dovrà essere vagliato alla prova dei fatti dalla realtà, dall’Ucraina e dai suoi alleati europei ma soprattutto da quelle potenze che nella sfera di sicurezza di Mosca e Washington si muovono come attori dinamici e autonomi, dalla Turchia ai Paesi del Golfo. E andrà capito se questo summit sarà il primo capitolo della “Nuova Yalta” estesa alla Cina di cui molto si parla o il miraggio di due leader anziani e più vecchi del mondo in cui vivono di poter ancora disegnare i confini del pianeta a piacimento. Trump ci prova, in campo economico, con l’aggressiva politica commerciale, Putin facendo sfoggio di potenza militare. Ma il mondo è cambiato rispetto al 1989.

Un summit atipico

Del resto, sarà un summit russo-americano atipico. In questo caso l’oggetto del contendere è una questione, quella ucraina, che Washington rubrica a teatro secondario ma simbolicamente importante nel quadro di una grande strategia oggi proiettata all’Indo-Pacifico e la Russia, invece, ritiene questione esistenziale. Non a caso, per Trump il summit sarà principalmente l’occasione per cercare un accordo vantaggioso per gli Usa su fronti paralleli al conflitto ucraino.

Significativo, infatti, che mentre la delegazione russa comprende il gotha della sicurezza nazionale (tra cui il Richelieu di Putin, Yuri Ushakov), Trump si presenti con una delegazione ristretta in cui spicca la presenza di Scott Bessent, Segretario al Tesoro. Ma al contempo sembra che sia più Trump, rispetto a Putin, ad aver fretta di incassare un percepito successo politico chiudendo il conflitto.

L’opportunità è legata al fatto che nessuno dei leader si presenta al summit col coltello dalla parte del manico e sarà doveroso per entrambi parlare ma, soprattutto, ascoltare. Il miraggio è connesso all’idea che basti un’occasione di questo tipo a cambiare il mondo. La diplomazia dovrà interiorizzare, in caso di successo, l’esito del summit e parlare di conseguenza. Anchorage, nel Grande Nord, è un punto di partenza per una diplomazia razionale, così come l’Alaska lo fu in passato per chi si cimentava nella corsa all’oro. Emblema dell’eterno dualismo tra opportunità e miraggi che queste terre sanno offrire.

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