Costa Rica resta, per storia e istituzioni, il partner centroamericano più affidabile di Washington. Con Rodrigo Chaves, l’economia ha corso intorno al 5% annuo, i conti sono migliorati e il FMI ha premiato la rotta. Ma la stabilità costaricense oggi scricchiola su due assi: l’escalation criminale e una pressione cinese sempre più organizzata, proprio mentre il Paese si avvicina alle elezioni del febbraio 2026.
L’onda lunga del narcotraffico ridefinisce mappe e poteri. La rotta colombiana usa il porto atlantico di Moín per spingere cocaina verso l’Europa; intermediari di Sinaloa e, in misura minore, del CJNG si appoggiano a gang locali pagate in droga, non in contanti. Risultato: bande più armate, mercati interni più contendibili, dipendenze in crescita. La statistica racconta il resto: omicidi da 11,5 per 100mila abitanti (2021) a 17,2 (2023), con lieve calo a 16,7 (2024). Anche reti siciliane e albanesi affiorano, segno di una filiera ormai transnazionale.
Quando i flussi illegali diventano sistemi, la tentazione corruttiva entra nelle istituzioni. L’arresto (giugno 2025) e la richiesta di estradizione USA dell’ex ministro della Sicurezza Celso Gamboa segnalano che il problema tocca i livelli alti. Il Paese resta “robusto”, ma le crepe sono visibili: procedimenti giudiziari, tensioni tra esecutivo, magistratura e stampa, opinione pubblica polarizzata.
La spinta della Cina: viaggi, 5G e soft power
Pechino ha curato relazioni e simboli. Decine di inviti in Cina a parlamentari e staff, feste di Huawei con i decisori, relazioni coltivate negli hub frequentati dagli operatori cinesi. Washington ha reagito revocando visti a politici e funzionari con legami ritenuti impropri, fino a toccare figure di primissimo piano. Il messaggio è chiaro: l’architettura 5G, gli standard digitali e la governance dei dati sono un fronte strategico, non un tema tecnico.
Partita politica verso il 2026
Chaves governa con soli 10 seggi su 57, a colpi di atti amministrativi e di un linguaggio diretto che gli ha alienato una parte dell’élite. Tra indagini, ipotesi di ritiro di immunità e possibili dimissioni di ministri per candidarsi, la corsa si fa incerta. Nei sondaggi, Laura Fernández (PPSD) guida di misura, seguita da Fabricio Alvarado (NR) e Álvaro Ramos (PLN): è un equilibrio fluido, dove l’erosione o la tenuta del “marchio Chaves” può spostare blocchi di elettorato.
Gli scenari economici
Due variabili decidono il conto: sicurezza e percezione del rischio. Se gli omicidi restano alti e la corruzione dilaga, salgono i costi assicurativi, rallenta il turismo, si raffreddano i piani di nearshoring USA-centrico (servizi digitali, dispositivi medici, agro‐tech). Al contrario, se San José consolida porti, dogane e compliance finanziaria, può catalizzare capitali in fuga da contesti più instabili della regione. Il 5% di crescita attuale è un soffio favorevole, non un destino.
Valutazione strategico-militare
Costa Rica non ha esercito, ma possiede “asset” strategici: porti, snodi logistici, cavi sottomarini, dorsali cloud, corridoi migratori. La resilienza passa da tre mosse: blindare Moín con controllo carichi e intelligence doganale; rafforzare polizia giudiziaria e unità interforze contro reti miste (narcotraffico, tratta, riciclaggio); estendere la difesa dello spazio digitale (5G, data center, appalti ICT) con standard e audit condivisi con partner occidentali. Il punto non è “militarizzare”, ma togliere al crimine profondità operativa.
Lettura geopolitica e geoeconomica
La RPC propone infrastrutture, tecnologia e credito politico; gli USA offrono sicurezza, mercato e standard. Costa Rica è il laboratorio dove si misura la compatibilità tra apertura economica e autonomia strategica. Sui dossier 5G e procurement pubblico si gioca la libertà futura: una volta innestato l’ecosistema tecnologico, i costi di sostituzione diventano deterrente politico. Anche per questo le revoche di visti hanno valore segnaletico: chi siede ai nodi decisionali deve scegliere filiere affidabili.
Che cosa dovrebbero fare Washington e San José
A Washington conviene trattare Costa Rica non come “dato acquisito”, ma come partner da premiare: investimenti rapidi su porti, dogane digitali, formazione giudiziaria e cyber; incentivi fiscali al nearshoring; corridoi turistici “sicuri”. A San José serve una “dottrina di protezione nazionale” civile: trasparenza sugli appalti ICT, regole chiare su lobbying estero, task force anti-riciclaggio nei nodi finanziari e commerciali, sostegno sociale nei quartieri dove le gang reclutano.
In sintesi: Costa Rica può restare faro democratico della regione se spezza l’alleanza tra crimine e corruzione e se gestisce la competizione tecnologica senza consegnare sovranità. Le elezioni del 2026 non impongono per forza un pivot verso Pechino, ma diranno quanto il Paese sappia difendere, con i fatti, la propria promessa liberale.
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