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Difesa

Parola d’ordine: “Dual use”. Meloni e i manager di Stato plasmano il riarmo

L’Italia spinge forte sul riarmo e Giorgia Meloni si affida alle aziende partecipate dallo Stato, architrave dell’economia italiana, per costruire la strategia nazionale d’investimento dopo che Roma ha chiesto di accedere a oltre un decimo, 14 miliardi di euro su...

L’Italia spinge forte sul riarmo e Giorgia Meloni si affida alle aziende partecipate dallo Stato, architrave dell’economia italiana, per costruire la strategia nazionale d’investimento dopo che Roma ha chiesto di accedere a oltre un decimo, 14 miliardi di euro su 127 che saranno erogati, dei prestiti della Security Action for Europe (Safe), la nuova piattaforma comunitaria per gli investimenti comuni in procurement.

L’obiettivo del governo è puntare sulla sinergia tra pubblico e privato e sulla grande industria partecipata per costruire non solo delle forze armate preparate e competitive ma anche un sistema economico e tecnologico che produca ricadute tecnologico-industriali trasmissibili al settore civile. Si è parlato di investimenti e di dual use, dunque, all’incontro rivelato da Milano Finanza e svoltosi il 5 agosto a Palazzo Chigi alla presenza dei vertici del governo e del gotha dei grand commis di Stato.

Il vertice sul riarmo a Palazzo Chigi

Per l’esecutivo, nota il quotidiano diretto da Roberto Sommella, presenti Meloni, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti e, ça va sans dire, Guido Crosetto. Per l’industria, immancabili Roberto Cingolani e Pierroberto Folgiero, ad di Leonardo e Fincantieri, a cui si aggiungeva Stefano Donnarumma, Ceo di Ferrovie dello Stato. Presenti anche per Cassa Depositi e Prestiti l’ad Dario Scannapieco e per l’agenzia Invitalia il presidente Bernardo Mattarella, figlio del presidente della Repubblica.

Niente conferenze stampa o comunicati, ma un’occasione di confronto nel caldo agosto romano per capire come le strutture produttive a partecipazione pubblica possano far correre al meglio la corsa italiana all’aumento degli investimenti in Difesa. Prove tecniche di Stato stratega: l’Italia dovrà piazzare almeno 100 miliardi di euro aggiuntivi di investimenti da qui al 2035 per raggiungere il target Nato del 3,5% di spesa militare in rapporto al Pil (5% con le spese accessorie) e Roma intende programmare con cautela i progetti.

Un riarmo non si fa solo con le armi: servono tecnologie, cooperazioni tra enti, atenei, incubatori tecnologici e filiere dell’industria privata. Servono capitali per governare un settore ad alto rischio e con flussi di cassa incerti per tutti coloro che vi si immergono, come il caso tedesco dimostra, e serve programmazione pubblica.

Le cabine di regia dello Stato

Non è la prima volta che “cabine di regia” di questo tipo sono convocate a Palazzo Chigi. Nel governo Conte I l’allora ministro degli Affari Europei Paolo Savona, prima di passare a dirigere la Consob, aveva istituito di fatto una cabina di regia per gli investimenti pubblici a Palazzo Chigi, mentre nell’aprile 2021 Mario Draghi convocò gli ad di Eni, Enel, Terna, Snam e Stellantis per discutere della programmazione degli investimenti in transizione energetica. Rare volte, però, è successo che servisse programmare su un orizzonte tanto ampio un piano di spesa tanto complesso per rispondere a minacce in evoluzione e a sollecitazioni internazionali e geopolitiche che tendono, spesso, a fare del riarmo un fine e non un mezzo.

Leonardo, Fincantieri e il riarmo che corre

All’industria, alla finanza garantita dallo Stato, alle aziende a partecipazione pubblica l’obiettivo di rendere scalabili questi progetti evitando sprechi. Del resto, in questa fase Roma arriva con diversi progetti tutt’altro che frenati sul piano della parte core dell’acquisto di nuovi asset militari. Ad esempio, la recente consegna della decima fregata Fremm ha sancito un nuovo passaggio per l’ampliamento della Marina Militare sotto la regia di Fincantieri.

Leonardo sta mettendo piede in nuovi programmi, come la joint venture con Rheinmetall per sviluppare i nuovi carri armati Panther per l’Esercito e al contempo di recente ha acquisito Iveco Defense Vehicles per rafforzare la sua capacità e il suo know-how nel settore. Piazzale Montegrappa è assieme alla britannica Bae e alla giapponese Mitsubishi Heavy Industries prime contractor per l’avveniristico programma del Global Combat Air Program per dotare l’aeronautica dei tre Paesi di un caccia di sesta generazione.

Inoltre, Leonardo e Rete Ferroviaria Italiana stanno sviluppando progetti di mobilità militare che il gruppo Fs potrebbe espandere ulteriormente se arriveranno in futuro i fondi comunitari promessi (17 miliardi di euro dal 2028 al 2034) per consolidare le infrastrutture europee in un’ottica di crescente solidità e robustezza.

La partita del dual use

Questi progetti dovranno avere organicità e ricevere propulsioni capaci di andare oltre la Difesa: un sistema di puntamento satellitare, ad esempio, può essere scalabile alla tecnologia spaziale civile; una nuova lega o un dispositivo elettrico possono avere altre applicazioni industriali.

Dai radar alla sensoristica, poi, la scalabilità duale è trasversale. E le infrastrutture, come dimostra la volontà di rendere il futuro Ponte sullo Stretto di Messina un’opera importante per la logistica a uso duale o gli investimenti su scali portuali critici come Genova, saranno forse il capitolo più complesso. Meloni vuole che la guida del processo resti nelle mani dello Stato e delle sue strutture: una volta di più, nelle sfide critiche gli apparati serrano i ranghi. In ballo ci sono strategie pluriennali e soldi, tanti soldi. La lunga corsa al 2035 è appena iniziata, ma la squadra schierata dall’Italia è già ben identificata.

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