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Politica

La retromarcia di Trump: via la clausola pro-Israele dai fondi per disastri

Da prima gli americani a prima gli israeliani. Anzi, no. Alla Casa Bianca si rendono conto che forse hanno esagerato, e così un enorme regalo fatto al governo di Benjamin Netanyahu, l’ennesimo dell’amministrazione statunitense, è stato rimosso. Era un controverso...

Da prima gli americani a prima gli israeliani. Anzi, no. Alla Casa Bianca si rendono conto che forse hanno esagerato, e così un enorme regalo fatto al governo di Benjamin Netanyahu, l’ennesimo dell’amministrazione statunitense, è stato rimosso. Era un controverso passaggio nei termini di accesso ai fondi federali della Fema (l’agenzia per la gestione delle emergenze) ed è depennato dopo le proteste della stessa base Maga, stanca di un Donald Trump sempre pronte agli interessi dell’alleato di ferro: prevedeva il rifiuto di finanziamenti per la prevenzione dei disastri naturali agli Stati e alle città colpevoli di un peccato imperdonabile: il boicottaggio di Israele.

La clausola, contenuta nella sezione 17 delle condizioni generali imposte dal Dipartimento della Sicurezza Interna, subordinava l’accesso a circa 1 miliardo di dollari in fondi federali al rispetto delle politiche anti-Bds (il movimento per boicottare, disinvestire e sanzionare lo Stato ebraica). Secondo i testi esaminati da Reuters, sarebbe ricaduto nella definizione di “boicottaggio discriminatorio proibito” il rifiuto di rapporti commerciali con aziende israeliane o legate a Israele.

La disposizione è stata rimossa però, lunedì, dopo critiche bipartisan, anche se il Dipartimento ha dichiarato che continuerà comunque ad applicare le leggi federali anti-discriminazione, affermando che “il movimento Bds è espressamente radicato nell’antisemitismo”. Nessuno stato ha perso finanziamenti comunque e, ufficialmente, “non sono state imposte nuove condizioni”. Già è qualcosa.

La cornice legale e politica

Non che gli Stati Uniti fossero un terreno facile per i pro-Pal, comunque: oltre 30 Stati hanno già leggi che vietano alle entità pubbliche di boicottare Israele, in qualsiasi sua forma, anche i prodotti che arrivano dalle colonie illegali in Cisgiordania (in Italia, quando ci provò l’Unione Europea a proporlo, dieci anni fa, si mobilitò indignato tutta la corporazione centro-liberale). Ma anche in questo clima repressivo, l’idea che il ribellarsi alla pulizia etnica a Gaza potesse privare dei fondi previsti catastrofi naturali ha sollevato forti perplessità, per usare un eufemismo.

Il caso è esploso proprio mentre l’amministrazione Trump annunciava nuovi fondi per la prevenzione di disastri naturali, attacchi terroristici e cyber attacchi. Dei 2,2 miliardi di dollari complessivi, circa 1 miliardo è assegnato attraverso 15 diversi programmi di sovvenzione del Fema.

Secondo i critici, condizionare l’accesso a tali fondi al sostegno a Israele rappresenta un pericoloso precedente. “Legare l’assistenza ai disastri alla posizione su Israele mostra che l’amministrazione Trump ha abbandonato ‘America First’ in favore di ‘Israel First’”, ha commentato Annelle Sheline del Quincy Institute. Josh Paul, direttore del think tank A New Policy, ha aggiunto: “Il governo dovrà spiegare ai cittadini colpiti da inondazioni o incendi che non ci sono fondi perché ha anteposto gli interessi economici di Israele alla sicurezza degli americani”.

Il Bds e Gaza

Il movimento Bds (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), guidato da attivisti palestinesi ed occidentali, mira a fare pressione su Israele affinché rispetti il diritto internazionale. Posizionato politicamente nella sinistra estrema, spesso molto duro con le ong e i gruppi pacifisti che collaborano con i sionisti liberal, il movimento ha ricevuto un nuovo slancio – era ovvio – nei campus universitari statunitensi in seguito alla mattanza su Gaza, che ha causato oltre 60.000 morti palestinesi e una devastazione senza precedenti nell’impotenza (quando non aperta indifferenza o peggio, complicità) del Partito democratico.

Alcune istituzioni, come la Union Theological Seminary e la San Francisco State University, hanno annunciato disinvestimenti da aziende coinvolte nella guerra, tra cui Lockheed Martin, Leonardo e Palantir. Tuttavia, la stragrande maggioranza delle istituzioni e degli Stati non adotta politiche Bds attive, rendendo la clausola Fema tanto simbolica quanto controversa.

La decisione e il suo dietrofront accompagno un momento di crescente pressione diplomatica: Canada, Regno Unito e Francia dicono che riconosceranno presto lo Stato di Palestina. Presto, ma non troppo. Se ne parla a settembre. Trump ha dichiarato che non si opporrà, ma ecco, ha avvertito che tale scelta potrebbe rendere “molto difficile” un accordo commerciale con il Canada. Una carognate segnala pure la disperazione delle lobby pro-Israele: se devi costringere la gente a tifare Israele, quel tifo non è sostenibile sul lungo periodo.

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