“Noi, israeliani impegnati a un futuro di pace per il nostro Paese e per i nostri vicini palestinesi, scriviamo questo con profonda vergogna, rabbia e angoscia. Il nostro Paese sta facendo morire di fame la popolazione di Gaza e sta contemplando l’espulsione forzata di milioni di palestinesi dalla Striscia. La comunità internazionale deve imporre sanzioni paralizzanti a Israele finché non porrà fine a questa brutale campagna e non accetterà un cessate il fuoco permanente”. Così la lettera aperta di alcuni dei più autorevoli uomini di cultura israeliani pubblicata sul Guardian (per i nomi, rimandiamo al giornale).
Ore cruciali per Gaza, che attende l’ordine ufficiale di Netanyahu per invadere la parte centrale della Striscia. Una decisione che alimenterà ancor più le fiamme del dissenso interno, inasprendo le proteste di quanti, non tanti in verità, chiedono la fine della guerra per porre fine alle sofferenze degli ostaggi israeliani e dei palestinesi, sia di quanti, i più, sono coscienti che l’operazione porterà alla morte degli ostaggi.
Il dissenso ha trovato un catalizzatore nel Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, che sta opponendo una strenua resistenza a Netanyahu e soci, non per motivi umanitari quanto per i rischi che essa pone per la vita dei soldati e degli ostaggi e per il logoramento che affligge l’esercito dopo quasi due anni di guerra, che procederebbe più spedito. Ma, al di là delle motivazioni, resta che c’è una forza che si contrappone all’ennesima follia omicida del governo israeliano.
Difficile che tutto ciò riesca a fermare la macchina omicida, ma va considerato che Zamir non è isolato: la sua posizione riflette quella dei generali dell’IDF, dei quali si fa portavoce, ed è sostenuta da una cittadinanza che ormai per la maggior parte rigetta questa belligeranza a getto continuo. L’attuale conflittualità sociale toccherà il parossismo nel momento in cui gli ostaggi inizieranno a morire, e sul punto non è questione di “se” ma di “quando”.
Questo, e le pressioni internazionali, potrebbero avere l’effetto di fermare Netanyahu, che al momento sembra inarrestabile. Quanto alle sanzioni paralizzanti invocate, più che giustamente, dagli intellettuali ebrei di cui alla missiva, dubitiamo che l’Occidente complice arrivi a comminarle.
Da un certo punto di vista, annunciare il riconoscimento a breve dello Stato palestinese, decisione pure più che benvenuta, ha permesso ai Paesi che si sono espressi in tal senso di posticipare una decisione su quanto sta avvenendo adesso, che peraltro richiederebbe un’azione ben più incisiva e mirata.
Intanto, ai tanti flagelli comminati ai palestinesi si è aggiunta la sindrome di Guillain-Barré, una patologia neurologica alquanto rara, ma non a Gaza dove ieri ne sono stati diagnosticati 95 casi (e per ogni caso diagnosticato ce ne saranno almeno il triplo non diagnosticati). Prima dell’inizio delle ostilità si registrava un caso all’anno. A causare la malattia, la malnutrizione ormai dilagante e l’acqua potabile ormai inquinata.
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