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A dieci anni dall’Expo, per la Milano drogata dall’immobiliare è arrivato l’anno zero

Lo scandalo giudiziario che sta mettendo a subbuglio Milano è un campanello d'allarme per il modello di sviluppo del capoluogo ambrosiano.

Lo scandalo giudiziario che sta mettendo a subbuglio Milano, con l’inchiesta della Procura sul re dei costruttori Manfredi Catella e sui vertici dell’amministrazione cittadina, in cui sono indagati anche il sindaco Giuseppe Sala e l’Assessore alla Rigenerazione Urbana Giancarlo Tancredi, è un campanello d’allarme per il modello di sviluppo del capoluogo ambrosiano.

E a prescindere dal procedere dell’inchiesta (garantismo d’obbligo), offre l’occasione per discutere del futuro di un sistema in cui il tradizionale dinamismo della città lombarda si è, nell’ultimo decennio, trasformato in una vera e propria sardana in cui i grandi fondi immobiliari hanno contribuito a trasformare profondamente Milano ma anche a far correre lo sviluppo del tessuto urbano più di quanto le dinamiche dell’economia, della società, della politica potessero fare per stare al passo. Un modello che è stato alimentato da profondi investimenti nella città, pari a circa il 40% del totale italiano e 4 miliardi di euro nel 2024, ma che non è andato di pari passo con un’analoga capacità di pensare la città.



Per Milano si apre ora un anno decisivo. Lo scandalo della presunta corruzione per favorire gli affari immobiliari arriva a dieci anni dal 2015, anno dell’Expo che sancì il nuovo status della città come hub globale e ne cambiò profondamente il Dna. Il commissario dell’Expo di ieri, Sala, è il sindaco uscente di oggi.

L’eredità dell’Expo

Attorno a Palazzo Marino il potere si è riconfigurato. A trainare lo sviluppo della città è stato il connubio tra fondi immobiliari, finanza e fondazioni bancarie, che ha promosso molti dei grandi piani approvati o in corso d’opera. Si pensi ad esempio a come la nascita del quartiere direzionale di Porta Nuova, vicino alla stazione Garibaldi, ha spinto a strutturare un nuovo hub simile nell’area Tre Torri/City Life.

L’eredità dell’Expo, a Rho, è stato il Milano Innovation District comprensivo di strutture sanitarie (il nuovo Galeazzi) e del vicino sviluppo immobiliare di Merlata Bloom. A plasmare la città sono stati, poi, i grandi piani di investimento e accrescimento del tessuto urbano: Bovisa-Goccia, MilanoSesto, Uptown e, soprattutto, il Villaggio Olimpico.

A inizio 2026, le Olimpiadi segneranno simbolicamente la chiusura del cerchio aperto dall’Expo. Un evento mondiale per aprire la corsa della città. Un altro grande momento di attenzione globale sulla città per chiudere il cerchio. Chi ha in mano il dossier del Villaggio nell’ex scalo ferroviario di Porta Romana è Coima, il fondo di Catella. E chi intende fare dei Giochi una vetrina per il “suo” modello Milano è il sindaco Giuseppe Sala. Ad oggi la corsa ai Giochi sembra destinata a essere una lunga traversata nel deserto, fatta di indagini che proseguono e sfide politiche sul futuro di Milano.

Ma c’è una realtà di fatto: un tessuto metropolitano dove si appalta il ragionamento sul futuro della città al contesto economico-finanziario e alle sue dinamiche rischia di essere sostanzialmente frenato dalle problematiche interne che al suo interno si creano. Un caso totalmente avulso a quello di Catella aiuta a capire ed è frutto della cronaca di oggi.

Un esempio di progetto saltato senza alternative

Scrive Il Giorno che “Redo Sgr, gestore di fondi immobiliari – che a Milano si sta occupando anche della rigenerazione di tutta l’area dell’ex Macello – ha rinunciato a tre progetti che erano stati già ammessi al finanziamento del Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi del Pnrr, ma che da gennaio sono fermi al palo e sul tavolo di Palazzo Marino“. Parliamo di progetti che avrebbero contribuito a costruire studentati in aree periferiche della città: “Uno di questi tre studentati sarebbe sorto a Rogoredo [a Sud, nda] dov’erano previsti 437 posti letto. Il secondo – nell’ex scalo ferroviario di Greco Breda [Nord-Est, nda] – ne contava altri 447 e l’ultimo, San Leonardo [Nord-Ovest, quartiere Gallaratese, Nda], avrebbe ospitato ben 600 posti letti”.

Redo Sgr è emanazione di Fondazione Cariplo, la più importante delle casse milanesi, che ne controlla il 41% delle quote e ha come secondo azionista nientemeno che la prima banca italiana, Intesa San Paolo, col 19,5%, che ha nella stessa Cariplo la sua principale anima interna. Parliamo di un sistema, dunque, perfettamente integrato nella città e che ne conosce vincoli e prospettive di crescita. Il Giorno ricorda che Redo ha dovuto abbandonare il progetto sugli studentati perché, “essendo finanziati con il Pnrr, i tempi stringenti sono diventati impossibili da rispettare: l’orizzonte d’azione è sempre il 2026, tutti gli interventi finanziati dovranno concludersi entro il 30 aprile di quell’anno, in modo da avere i posti letto disponibili al più tardi entro il 30 giugno”.

Redo ha rinunciato dopo che per questioni burocratiche e di autorizzazione i lavori avevano tardato ad avviarsi nel modo sperato. Le problematiche di una singola operazione di un solo operatore, per quanto importanti, hanno dunque fatto sfumare, senza particolari responsabilità in capo a nessuno, 1.500 posti letto per studenti senza che l’autorità pubblica avesse una exit strategy sul tema. Segno che questo problema vale a prescindere dagli avvisi di garanzia.

Milano deve ripartire dal cercare di capire come ristabilire quel giusto compromesso tra investimenti privati e governance pubblica, tra interesse collettivo e dinamismo imprenditoriale, tra sviluppo e inclusione, che è stato simbolo del suo decollo nei decenni scorsi e del suo animo per secoli.

Milano si deve riscoprire ambrosiana

Sono molte le domande da farsi: come restituire alla città gli spazi e le periferie urbane più scollegate dal tessuto connettivo della metropoli? Come lavorare al tema dei trasporti e dell’accessibilità di Milano ai milanesi? In che modo sopperire al montante costo della vita che rischia di assorbire risorse ai cittadini e far apparire “estrattiva” la città? Come navigare la complessità dei grandi progetti immobiliari calibrando bene sviluppo e redistribuzione? Sono domande che si devono fare gli imprenditori, la politica, i cittadini.

Forse Milano ha bisogno di fermarsi a pensare e riflettere su ciò che vuole essere. Il decennio scorso è stato contraddistinto da un decollo che difficilmente poteva essere frenato. Milano è divenuta globale. Ora è il momento di tornare ad essere ambrosiani, con sano pragmatismo e sobrietà. Un tempo la città vietava di andare in altezza sopra la Madonnina. Ora, più laicamente, basterebbe accontentarsi di edificare un modello che al costruire sempre di più e sempre più in alto preferisca l’idea di edificare un sistema, e una città, che durino nel tempo. Al servizio della sua gente e di chi, ogni giorno, la vive.

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