Vedova, orfano, sopravvissuto: la lingua ha termini per ogni dolore, tranne per uno. Perché sopravvivere a un figlio non è solo un dolore — è una frattura dell’ordine naturale delle cose, un silenzio che nessun tempo, nessun rituale, nessuna spiegazione può riempire. È una sciagura perché sovverte il destino: ciò che doveva venire dopo se ne va prima. Accade continuamente, in ogni angolo di mondo.
Non si penserebbe mai possa accadere in un luogo felice come una spiaggia, alle prese con il più antico dei divertimenti: scavare una buca nella sabbia. Nelle parole del padre di Riccardo Boni, il ragazzo di 17 anni morto soffocato dalla sabbia su una spiaggia di Montalto di Castro, c’è tutto il dolore di un uomo che ha visto spezzarsi la vita dove dovrebbe esserci solo gioco, luce, estate. Ora quell’uomo è formalmente indagato per omicidio colposo. Un atto tecnico, dicono i magistrati, ma che cade come una pietra nel cuore di un padre già devastato. “È disumano”, ha detto al Corriere della Sera.

Era arrivato da poche ore nel campeggio, Riccardo. Un mese da trascorrere con la famiglia, il mare a pochi passi. Giovedì pomeriggio si era allontanato per giocare con i fratellini. Aveva iniziato a scavare una buca. Un gioco. Una distrazione. Forse una prova di forza da condividere coi fratelli più piccoli. Ma qualcosa è andato storto. Le pareti della buca — profonda, ampia, instabile — hanno ceduto. La sabbia lo ha sepolto vivo. Non ha avuto il tempo di urlare, né di chiedere aiuto. Sono trascorsi quaranta minuti, interminabili, prima che qualcuno desse ascolto al fratellino che gridava. A quel punto, la corsa disperata con le mani, tra urla e lacrime. Quando finalmente è stato tirato fuori, Riccardo non respirava più. Il padre oggi vive un incubo che si rinnova ad ogni istante. È stato iscritto nel registro degli indagati, un passaggio obbligato dalla legge perché Riccardo era minorenne e la responsabilità di vigilanza ricadeva su di lui. Ma la ferita è profonda. “Omicidio colposo? Ma come si può anche solo pensarlo? Io non ho ucciso mio figlio”, dice tra le lacrime.

A diciassette anni non si è più bambini, ma non si è ancora adulti nel senso pieno del termine. Si è in quella terra di mezzo in cui si chiede autonomia, si rivendica libertà, si esplora il mondo senza più il guinzaglio dell’infanzia. A diciassette anni si può prendere un treno da soli, uscire la sera, prendere decisioni che cambiano una vita. Ma si resta figli. E nel linguaggio del diritto, questo significa essere ancora sotto la custodia legale dei genitori. È per questo che la legge prevede — come atto tecnico, automatico — che in caso di incidente mortale, un genitore possa essere indagato per omessa vigilanza. È una tutela della verità, una garanzia per le indagini. Ma quando un padre viene colpito da un dolore così estremo, non serve un avviso di garanzia per fargli sapere che qualcosa si è spezzato per sempre. Lo sa già. Lo vive ogni secondo, in ogni silenzio, in ogni ricordo che diventa insopportabile.
Nel momento in cui un figlio muore in circostanze accidentali, lo sguardo della giustizia si posa spesso — per automatismo o per necessità d’indagine — su chi aveva il dovere di proteggerlo. In Italia, questo porta all’iscrizione del genitore nel registro degli indagati per omicidio colposo, come atto dovuto. In Francia, ad esempio, la responsabilità genitoriale è riconosciuta, ma la soglia penale è alta: deve emergere un comportamento gravemente negligente o l’omissione consapevole di un soccorso possibile. Lo scorso anno, a Tolosa, una madre non è stata perseguita penalmente dopo che il figlio di 16 anni era annegato mentre faceva il bagno in un lago, perché aveva agito “in autonomia e senza alcun ordine diretto“. In quel caso, la procura ha valutato l’età del ragazzo e la distanza fisica come elementi esoneranti.
In Germania, la legge prevede l’accusa di omicidio colposo (“fahrlässige Tötung“), ma le procure sono molto caute. Nel 2019, un padre non fu incriminato dopo che la figlia di 14 anni era morta soffocata nel sonno per una malformazione non diagnosticata, nonostante fosse avvenuto mentre lui dormiva accanto a lei: il tribunale riconobbe che il fatto era imprevedibile e non evitabile. Negli Stati Uniti, dove ogni Stato ha la propria giurisdizione penale, l’approccio è più severo. In molti ordinamenti, dunque, la linea che separa l’indagine dall’accusa formale è sottile, ma si valuta caso per caso, tenendo conto dell’età del minore, della prevedibilità del pericolo e del comportamento immediato del genitore. Perché, come spiegava un giudice francese in un caso simile: “Una tragedia familiare non può automaticamente diventare una colpa penale”.
Eppure c’è un aspetto che il diritto — giustamente neutro, razionale — non può contenere. Crescere un figlio vuol dire, a un certo punto, lasciarlo andare. Non puoi più stargli accanto come quando aveva cinque anni. Non puoi afferrarlo per mano ogni volta che corre. Non puoi — e non devi — proteggerlo da tutto, sempre. Perché amare un figlio che cresce significa accettare, senza potere, il rischio di perderlo. Attaccarli a sé quando non sono più bambini sarebbe innaturale. Disumano, persino. E allora li si guarda da lontano, si sorveglia senza invadere, si è presenti senza stringere troppo. Si consegnano alla vita, e si spera che la vita non tradisca. Ma la vita, a volte, tradisce. È successo con Riccardo. Come era successo ad altri genitori prima di lui.
La giustizia deve cercare risposte. Ma non tutto ciò che accade ha colpe, e non tutto ciò che è senza colpe è senza conseguenze. E chi ha perso un figlio ha già pagato il massimo della pena.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

