Ci sono tanti modi, più o meno originali ed efficaci, per misurare la qualità del tempo che viviamo. Il settimanale britannico The Economist, per esempio, da lunghi anni misura l’inflazione e il potere d’acquisto nei più diversi Paesi studiando il prezzo del Big Mac di McDonald’s. A Washington, per qualificare il livello di allarme militare al Pentagono, si usa il Pentagon Pizza Meter, convinti che l’aumento degli ordini di cibo da asporto o di food delivery (e quindi l’aumento dei pasti consumati alla scrivania) faccia capire quanto grave sia la crisi in corso. A suo modo, forse con minore serietà ma con indubbia efficacia, anche le candidature al premio Nobel per la Pace hanno una funzione simile.
Intendiamoci. Questo Nobel ha premiato tanti veri protagonisti dell’inesausta e a quanto pare una ricerca della pace. Tutti ricordano Martin Luther King (1964), Madre Teresa di Calcutta (1979) e Nelson Mandela (1993), oppure organizzazioni come la Croce Rossa, Amnesty Interntional o Medici senza Frontiere. Allo stesso modo, però, ricordiamo certi riconoscimenti che avrebbero meritato un destinatario migliore. Il presidente Usa Theodore Roosevelt, per esempio, onorato nel 1906: fanatico sostenitore della guerra contro la Spagna a Cuba, tanto da arruolarsi volontario e formare un battaglione speciale, dei nativi americani pensava: “Io non arrivo al punto di pensare che gli unici indiani buoni siano gli indiani morti, ma credo che nove su dieci lo siano, e non dovrei indagare troppo a fondo sul decimo”. La sua politica estera? Veniva definita “la politica del grosso bastone”, soprattutto in America Latina. E il premio a Barack Obama, che quasi non era entrato alla Casa Bianca (da dove avrebbe poi diretto più d’una guerra) e già si vedeva attribuita la palma di campione della pace? E Yasser Arafat e Shimon Peres? Se uno pensa che il Mahatma Gandhi fu nominato (senza mai ricevere il premio) nel 1937, 1938, 1939 e 1947, e anche nel 1948, poco prima di essere assassinato, anno in cui il premio non fu assegnato per “mancanza di candidati viventi idonei”…
La cara Daniella
Vabbè, il Nobel per la Pace è così. Ma, appunto, le candidature la dicono lunga sul momento. Nel nostro caso, il momentaccio. Prima sono partiti due professori universitari israeliani (pensateci un attimo: docenti di ragazzi), della Ben Gurion University e della Ariel University, Shalom Sadik e Amos Azaria, che hanno candidato Daniella Weiss, direttrice del Nachala Settlement Movement, detta anche “la madrina dei coloni”. In effetti, una stupenda figura di paladina della pace: figlia di due membri del movimento Lehi (meglio noto come Banda Stern, responsabile di una lunga serie di attentati contro gli inglesi e nel 1948, insieme con l’Irgun, del massacro di 107 arabi, donne e bambini compresi, a Deir Yassin), per 11 anni sindachessa dell’insediamento illegale di Kedumim, nella Cisgiordania occupata, la cara Daniella è stata più volte arrestata dalla polizia di Israele per aggressione ad agenti. Nel 2024 è stata sanzionata dal governo del Canada con questa motivazione: “”La violenza dei coloni estremisti ha causato la perdita di vite umane tra i palestinesi e danni alle proprietà e ai terreni agricoli palestinesi. Questi attacchi hanno anche portato allo sfollamento forzato delle comunità palestinesi, contribuendo all’insicurezza sia dei palestinesi che degli israeliani in Cisgiordania”. Nel 2025 analogo provvedimento è stato preso dal Governo britannico, con motivazioni praticamente identiche.
Poiché tutto torna, poche settimane fa abbiamo assistito a un’altra candidatura interessante. Benjamin Netanyahu, mentre gongolava per l’aiuto ricevuto dagli Usa nella sua guerra preventiva all’Iran, ha tirato fuori dal cilindro la proposta: il Nobel per la Pace a Donald Trump. Il che è fantastico al cubo. Nel 2018 Trump ha mandato a monte l’accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015 che funzionava a detta di tutti: Ue, Onu, Usa, Germania, Russia. E nel 2025 ha mandato i bombardieri a picchiare sullo stesso Iran che lui stesso aveva ri-avviato sulla via del nucleare, pur sapendo che di bombe (e di uranio arricchito sufficiente per costruirle) in Iran non ce n’erano. Poi, certo, ci sarebbero anche le vagonate di bombe fornite a Netanyahu per essere sicuri che potesse continuare ad ammazzare palestinesi, ma queste sono quisquilie, ormai.
E infine, poiché non v’è tragedia che non offra anche un pizzico di farsa, c’è chi si esibisce anche da noi. Fosco Giannini, ex senatore di Rifondazione Comunista e attuale coordinatore del movimento Rinascita Comunista, ha candidato al premio Nobel per la Pace nientemeno che Vladimir Putin. Che già far rinascere il comunismo è un’impresa di tutto rispetto, ma far passare per pacifista l’uomo che, prima di devastare la Cecenia, disse ai terroristi locali “vi verremo a prendere anche al cesso”, ecco, forse è davvero troppo. Poi, certo, ci sarebbe l’Ucraina ma non è che si può spaccare il capello in quattro, giusto?
Comunque, in omaggio ai tempi e alla carenza generale di senso della vergogna, mi lancio anch’io in una candidatura. Non ho i titoli per farlo ma sono convinto di avere il nome giusto: Mohammed al-Sharaa, ex Al-Jolani, attuale presidente ad interim della Siria. È vero, è stato prima un collaboratore dello pseudo-califfo Abu Bakr al-Baghdadi quando questi comandava l’Isis e poi collaboratore del leader di Al Qaeda, Ayman al-Zawahiri. Ma ora che, appoggiato da Recep Erdogan (un premiuccio pure a lui, magari…) e dalla Turchia, si è preso un bel po’ di Siria e si è messo il doppiopetto, piace a tutti. E vedrete, qualcuno che lo definirà “uomo di pace” non si faticherà a trovarlo.
Detto questo, se siete arrivati fin qui e avete capito che non è uno scherzo, che queste candidature sono reali, e avete dedotto che se questi sono i candidati al Nobel per la Pace viviamo davvero in tempi di m… beh, avete ragione.
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