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Politica

Il conflitto d’interessi dell’Arabia Saudita al Mondiale per Club, di cui a nessuno importa

Il calcio mondiale sta sempre più diventando il giocattolo di un oligopolio di pochi potentati. E al Mondiale per Club...
arabia saudita

Il 1° luglio l’Al-Hilal di Riad ha ottenuto un risultato storico, battendo 4-3 il Manchester City, una delle squadre più forti del mondo, ed eliminandola dal Mondiale per Club. Si tratta di un’impresa che è stata molto celebrata, prima dell’eliminazione dei sauditi ad opera dei brasiliani della Fluminense ai quarti di finale, dato che capita raramente che le squadre asiatiche ottengano simili risultati. Anzi, nello specifico si è trattato della prima volta che un club asiatico ne ha battuto uno europeo in una competizione ufficiale.

A livello tecnico, l’Al-Hilal non è certo una squadra di secondo piano. Nella sua rosa figurano tanti nomi noti del calcio internazionale, come João Cancelo, Rúben Neves, Sergej Milinković-Savić e Marcos Leonardo. In più, proprio pochi giorni prima dell’inizio del torneo ha ingaggiato come nuovo allenatore Simone Inzaghi, reduce dalla finale di Champions League conquistata con l’Inter. È già sicuro che, dopo il termine del Mondiale per Club, l’Al-Hilal ufficializzerà l’acquisto del terzino del Milan e della Francia Theo Hernández, mentre in queste ore sta trattando quello dell’interista Hakan Çalhanoğlu.

Messo da parte l’aspetto sportivo, però, c’è una questione ben più controversa che i media sportivi non stanno sottolineando, ovvero il serio conflitto d’interesse attorno al club saudita. Le enormi ambizioni della squadra di Riad sono sostenute economicamente dal ricchissimo fondo sovrano saudita PIF, che ha acquistato il club nel giugno del 2023. Si dà il caso che attualmente il PIF sia anche uno degli sponsor principali del Mondiale per Club, in virtù di un accordo reso pubblico un mese fa, appena prima dell’inizio del torneo. In poche parole, l’Al-Hilal sta disputando una competizione che esiste soprattutto grazie agli investimenti della sua proprietà.

In generale, tutto il Mondiale per Club esiste perché l’Arabia Saudita ha deciso di sponsorizzarlo e rendere possibile un progetto a cui il presidente della FIFA teneva molto, ma che fino allo scorso dicembre pareva sul punto di naufragare. In assenza di sponsor importanti, sarebbe stato impossibile garantire premi adeguati alle squadre partecipanti, e si vociferava che alcune potessero rinunciarvi.

Il problema del calcio globale

Alla fine del 2024, però, proprio mentre la FIFA assegnava ufficialmente il Mondiale del 2034 all’Arabia Saudita, DAZN acquistava i diritti tv del Mondiale per Club di quest’anno, pagandoli un miliardo di dollari. Una cifra considerevole, che ha reso possibile alla FIFA corrispondere alle squadre partecipanti un corposo montepremi complessivo, del valore – guarda caso – proprio di un miliardo di dollari. Il coinvolgimento saudita in questo giro di denaro ha iniziato ad apparire chiaro solo il febbraio successivo, quando la compagnia SURJ Sports Investment (controllata dal PIF) ha acquistato una quota di minoranza di DAZN, di nuovo per un miliardo di dollari.

Al momento non ci sono elementi per dire che l’Al-Hilal sia stato favorito in qualche modo al Mondiale per Club per via della sua proprietà, ma il conflitto d’interessi è evidente e non può non generare delle perplessità. Soprattutto, esso è la spia di un più ampio e generalizzato problema del calcio globale di questi anni, che per arricchirsi si è legato sempre più a società statali che investono parallelamente sia nelle competizioni che nei club che vi partecipano.

Fino all’invasione russa del 2022 la Champions Legaue aveva come sponsor principale il colosso energetico russo Gazprom, che al tempo stesso era anche il proprietario dello Zenit San Pietroburgo, una delle squadre che disputavano il torneo. Oggi, tra i maggiori finanziatori della Champions c’è la compagnia di volo Qatar Airways, che allo stesso tempo sponsorizza il Paris Saint-Germain (con cui condivide anche la proprietà). La squadra francese ha vinto l’ultima edizione del torneo in finale contro l’Inter, a sua volta finanziata da Qatar Airways.

Si potrebbe andare avanti all’infinito, però. Lo Stato saudita è partner sia del massimo campionato spagnolo, la Liga (tramite il brand Riyadh Season), e pure di uno dei suoi club, l’Atlético Madrid (tramite la compagnia di volo Riyadh Air). Il Manchester City è di proprietà degli Emirati Arabi Uniti, che possiedono anche l’azienda aerea Emirates, la quale è sponsor del Milan, del Real Madrid, del Benfica e addirittura dell’Arsenal, competitor del City nel campionato inglese. Addirittura, due delle quattro semifinaliste della scorsa Champions League (Arsenal e PSG) hanno una partnership attiva con Visit Rwanda, la campagna del turismo dello stato del Ruanda.

Calcio e oligopoli

L’impressione sempre più forte è che il calcio stia diventando una sorta di oligopolio, in cui pochi grandi proprietari tengono in piedi tutto, possedendo una di più squadra e investendo nei premi dei tornei che poi, a volte, vincono pure. Una situazione che ha già creato alcuni imbarazzi in passato, dato che oggi molte società sportive condividono letteralmente la proprietà: nel 2018, non senza polemiche, la UEFA autorizzò la partecipazione del Salisburgo e del RB Lipsia (entrambe controllate dalla Red Bull) alla stessa competizione, l’Europa League.

Proprio in questi giorni la UEFA è sotto pressione per decidere se ammettere o meno il Crystal Palace alla prossima Europa League: tra i soci principali del club inglese c’è l’imprenditore statunitense John Textor, che possiede già il Lione, anch’esso qualificato al torneo. Visto come si è risolto il caso Red Bull in passato, e considerati gli incroci di interessi tra proprietà e sponsor, non si capisce in che modo la UEFA potrebbe opporsi alla partecipazione del Crystal Palace alla coppa. Questo giro d’affari si sta rivelando decisivo per tenere in piedi tutto il sistema, ma lo sta anche imprigionando dentro una gabbia piena di controversie.

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