Israele ha imposto nuove restrizioni ai media stranieri che, da ora in poi, dovranno ottenere l’approvazione militare prima di riportare notizie dalle zone di combattimento e dai siti colpiti dai bombardamenti iraniani (iniziati in risposta all’attacco di Tel Aviv del 13 giugno).
Alla luce di quanto perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza – dove, tra gli altri, sono stati uccisi almeno 232 giornalisti – non c’è da stupirsi della stretta sui media che, sebbene sia alquanto comune in tempi di guerra, in Israele ha assunto modalità draconiane, da regime. Questa nuova restrizione militare, un ulteriore bavaglio alla libertà di stampa già compromessa a partire dall’invasione di Gaza, sembra squarciare quel “velo di Maya” che un tempo ricopriva Israele. Sotto di esso emerge ciò che il Paese è realmente: uno Stato in cui resta ben poco dei tanto sbandierati “valori democratici”, che, nella migliore delle ipotesi, sono riservati ai cittadini israeliani e sistematicamente negati ai palestinesi, sia della Striscia che della Cisgiordania. Infatti, al di là delle restrizioni ai media israeliani, che peraltro sono già quasi tutti allineati e coperti alla narrazione ufficiale, la norma cade come una tagliola sui media arabi e palestinesi presenti nel Paese, ai quali è impedito di lavorare.
In una dichiarazione congiunta del ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi e del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir si legge infatti che “la trasmissione da zone di combattimento o da siti colpiti da missili, senza la necessaria autorizzazione, costituisce un reato penale e una violazione delle normative sulla censura”.
Tale provvedimento arriva dopo la risposta di Teheran all’attacco israeliano – del tutto illegittimo – del 13 giugno. Ovviamente, la motivazione ufficiale della restrizione è sempre la stessa: agire “per il bene della sicurezza di Israele e della sua stessa sopravvivenza”. Uno slogan usato come passe-partout per giustificare tutti i fronti di guerra aperti da Israele finora, oltre allo sterminio in corso nella Striscia di Gaza.
Secondo l’ordine, chiunque pubblichi materiale stampato o online sulla posizione dell’impatto di un’arma nemica – inclusi missili o droni – attraverso media tradizionali, social network, blog o gruppi di chat, dovrà sottoporlo preventivamente alla revisione del censore militare. Questa è la disposizione; altra cosa, però, è l’efficacia della censura che, come sottolinea Haaretz, appare quanto mai improbabile, visto che in rete circolano numerosi video riguardanti proprio gli edifici abbattuti.
In un post pubblicato mercoledì su X, Karhi ha dichiarato che l’ordine è frutto della cooperazione tra lui e Ben-Gvir: “Dopo aver chiuso [l’emittente qatariota] Al Jazeera e [quella libanese] Al Mayadeen, mi sono rivolto al procuratore generale per esaminare come applicare le norme sulla censura ad altri media stranieri che mettono in pericolo la sicurezza dello Stato durante la guerra”. Ben-Gvir, attraverso i suoi canali social, ha rincarato: “L’anarchia dei media stranieri è finita. Chiunque non rispetti le regole di sicurezza sarà perseguito dalla polizia israeliana”.
Quanto sono davvero liberi i media israeliani?
Nessuno dei Paesi con cui i leader israeliani amano equipararsi — Stati Uniti, Regno Unito, Francia — ha un’istituzione paragonabile al censore militare di Israele: un apparato che, in pieno XXI secolo, ha un potere assoluto su ciò che si può o non si può pubblicare (nel 2024, il censore militare israeliano ha bloccato la pubblicazione di 1.635 articoli e ha imposto restrizioni parziali su altri 6.265).
Secondo il World Press Freedom Index 2024 di Reporters Sans Frontières (RSF), Israele si piazza al 112° posto su 180 Paesi per libertà di stampa — dietro nazioni come Haiti, Guinea-Bissau, Sud Sudan e Ciad. Un risultato impietoso per uno Stato che si definisce “l’unica democrazia del Medio Oriente”.
RSF denuncia che “la libertà di stampa, la pluralità dei media e l’indipendenza editoriale sono state gravemente compromesse dall’inizio della guerra a Gaza”, iniziata il 7 ottobre 2023 dopo l’attacco di Hamas.
Ma non è solo il contesto bellico a pesare: l’organizzazione sottolinea come le nomine ai vertici dei media statali rispondano a logiche strettamente politiche, e come siano quasi esclusivamente i media filogovernativi – su tutti Channel 14 – a ottenere visibilità e accesso alle principali figure istituzionali.
“Un sistema mediatico che, più che a una democrazia liberale – scrive Al Jazeera – somiglia sempre più a un apparato di propaganda sotto controllo politico”.
Le aggressioni ai giornalisti palestinesi
La censura israeliana si manifesta in diverse forme. Mentre Gaza è diventata il luogo “più pericoloso al mondo per i giornalisti”, con oltre 232 reporter uccisi (dato al ribasso, aggiornato al 2 aprile 2025), tra il 14 e il 17 giugno almeno 26 giornalisti – in prevalenza cittadini palestinesi di Israele che lavorano per media in lingua araba e internazionali – sono stati vittime di aggressioni fisiche, gli è stato impedito l’accesso a determinati siti e spesso gli sono state sequestro delle attrezzature. Gli episodi si sono verificati mentre cercavano di documentare gli effetti dei bombardamenti nelle città di Haifa e Tel Aviv.
A completare questo quadro, va ricordato che durante l’attacco all’Iran, Israele ha colpito intenzionalmente la sede della televisione di Stato iraniana IRIB, uccidendo – tra gli altri – due giornalisti. Un attacco mirato contro un obiettivo non militare, ma ormai è prassi consolidata per l’esercito di Tel Aviv.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

