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Politica

USA: così i lavoratori federali si organizzano contro i tagli del Doge

I lavoratori licenziati o trasferiti da Doge stanno creando reti sindacali e legali per resistere ai tagli dell’amministrazione Trump.

Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha avviato una vasta – almeno a parole – operazione di ridimensionamento dell’apparato federale, e migliaia di lavoratori pubblici si sono ritrovati improvvisamente a fronteggiare licenziamenti, trasferimenti forzati, precarietà contrattuale. In risposta, negli Stati Uniti sta emergendo un fronte di resistenza civile composto dai sindacati, ma anche da reti legali di supporto e da comunità di mutuo aiuto sviluppatesi dal basso. Dai corridoi degli uffici federali a gruppi su Reddit, passando per incontri su Zoom e numeri verdi legali, i dipendenti pubblici stanno creando nuove forme di solidarietà per difendere i propri diritti e la propria dignità professionale. A guidare questa mobilitazione ci sono sigle storiche come l’American Federation of Government Employees (Afge), il più grande sindacato statunitense dei dipendenti federali, ma anche nuove organizzazioni come Rise Up e Federal Unionists Network.

I tagli del Doge di Elon Musk

Negli ultimi mesi, a partire dall’insediamento di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, il Department of Government Efficiency (Doge) – guidato fino a poche settimane fa da Elon Musk – ha annunciato tagli multimiliardari nei contratti federali e nel personale dei vari ministeri dipendenti dalla Casa Bianca. Musk, però, ha poi lasciato l’incarico sbattendo la porta, in aperta polemica con il Big Beautiful Bill promosso dal tycoon, e nel frattempo è emerso che quei tagli hanno colpito soprattutto personale qualificato e necessario, senza apportare un reale risparmio alle casse dello Stato. Tra gli esempi più eclatanti riportati dalla BBC, c’è un contratto in Texas per strutture per minori non accompagnati: Doge rivendica un risparmio di 2,9 miliardi, ma fonti ufficiali parlano di soli 153 milioni di riduzione realmente documentabili, e che comunque hanno reso il servizio carente in un’area in cui l’abbandono scolastico è estremamente elevato.

Analogamente, uno dei risparmi vantati da Doge riguarda la cancellazione di un accordo tecnologico con l’Irs dal valore di 1,9 miliardi di dollari; tuttavia, dalle verifiche risulta che quel contratto non aveva ancora comportato spese effettive, il che significa che non si trattava di un taglio su fondi già stanziati. Resta quindi poco chiaro se e quanto di quell’importo fosse davvero destinato a essere speso, e se la sua eliminazione rappresenti un risparmio reale o solo teorico, una sorta di gioco di prestigio matematico. Questi numeri, presentati come “risparmi” da Doge, paiono dunque più teoria contabile che beneficio concreto, e suscitano seri dubbi sull’effettiva utilità dei tagli effettuati.

Più in generale, Doge ha pubblicato una lista di risparmi stimati fino a 180 miliardi di dollari, ma varie inchieste giornalistiche e delle associazioni per i diritti civili hanno dimostrato che solo una parte parecchio ridotta – fra i 32 e i 61 miliardi – è in realtà accompagnata da documentazione trasparente fornita dall’amministrazione Trump, e che almeno i due terzi del supposto “risparmio” non sarebbero affatto dimostrabili. Per di più, molti contratti cancellati risultano già conclusi o con fondi già spesi e non recuperabili, e quindi sarebbero incapaci di produrre risparmi reali. Dunque, pur decantando tagli drastici e una battaglia contro «sprechi e burocrazia», il Doge ha mostrato di contare molto più sulla propaganda – condita peraltro da grossolani errori contabili e matematici – che su dati realmente verificabili. I grandi annunci di Donad Trump restano tali: a parole sembra tagliare le spese dell’apparato federale, nei fatti di concreto rimane ben poco, se non il licenziamento di migliaia di persone che, da un giorno all’altro, si sono ritrovati senza un lavoro.

La reazione dei sindacati e delle reti di lavoratori

La reazione dei sindacati dei lavoratori federali, articolata sui binari paralleli delle cause legali e della mobilitazione della base, non si è fatta attendere. La National Treasury Employees Union (Nteu) e l’Afge, insieme ad altri, hanno presentato cause contro i licenziamenti, contestando fra gli altri provvedimenti anche l’accesso ai dati personali dei lavoratori richiesto dalla Casa Bianca. Allo stesso tempo, in numerose città sono state organizzate manifestazioni – come i “Save Our Services” – dove si sono raccolti rappresentanti di varie agenzie federali per sottolineare i rischi connessi al declino dei servizi pubblici. Questi movimenti non sono passeggeri: implicano una risposta coordinata e solida, con sindacati mobilitati sia in tribunale che nelle piazze per difendere salari, diritti contrattuali e funzioni statali essenziali.

Negli stessi giorni, e in particolare a partire dal mese di febbraio, ha iniziato a svilupparsi la Federal Unionists Network (Fun), una rete di organizzazioni indipendenti di lavoratori e disoccupati, orizzontale e sviluppatasi dal basso, che ha rapidamente dimostrato la forza di migliaia di lavoratori federali organizzati anche al di fuori e attorno dei sindacati. I gruppi affiliati alla rete, supportati da attivisti e sindacalisti, hanno usato chat, mailing list e Zoom per diffondere informazioni su come avviare azioni locali di protesta, formalmente autonome e diffuse a livello tattico, ma unite in una strategia nazionale complessiva garantita dal coordinamento della Fun. Il network è stato ad esempio fra i più accesi promotori di eventi nazionali come le giornate di protesta del Save Our Services (Salviamo i nostri servizi pubblici) del 19 febbraio scorso o l’impressionante sequenza di manifestazioni di Hands Off! (Giù le mani) del 5 aprile.

La Fun ha lavorato inoltre per sviluppare incontri e tavoli di formazione interna degli attivisti su come reclutare colleghi e personale licenziato, ma anche chi è rimasto dentro al sistema e può fare così da tramite con la massa di lavoratori precari rimasti nelle agenzie federali. I corsi di formazione trattano anche di come aprire vertenze sindacali nei luoghi di lavoro, e di come preparare risposte coordinate ai licenziamenti attraverso azioni legali e proteste di piazza. Il risultato è una mobilitazione «dal basso verso l’alto», come hanno dichiarato alcuni elementi del network, capace di tradursi in azioni concrete e coordinamento non solo sindacale ma anche politico, piuttosto che rimanere legati a poche, simboliche date di protesta gestite dai soli vertici dei sindacati.

Rise Up: una rete di assistenza legale

A fianco di queste esperienze di autorganizzazione dei lavoratori licenziati, un’altra organizzazione sta emergendo come un punto di riferimento per i dipendenti pubblici colpiti dai licenziamenti di massa. Fondata da un’alleanza di sindacati e gruppi legali progressisti, Rise Up: Federal Workers Legal Defense Network (Solleviamoci: Rete di difesa legale dei lavoratori federali) mette in contatto i lavoratori federali con migliaia di avvocati pronti a offrire consulenze gratuite, supporto nella contestazione dei provvedimenti e, dove possibile, assistenza per vie legali.

Il meccanismo è semplice ma efficace e potenzialmente capillare: si compila un modulo online o ai picchetti dei lavoratori in protesta, si riceve una prima consulenza orientativa da un team di legali che lavorano pro bono per la causa e, se necessario, si viene affidati a un legale specializzato che porterà avanti una causa specifica per il lavoratore o il gruppo che ne hanno fatto richiesta, se esistono gli estremi per ottenere un risarcimento o il reintegro dei querelanti. In un clima dove – un po’ in tutti gli Stati Uniti che non si sentono rappresentati dall’ideologia Maga – la paura di parlare apertamente è crescente, Rise Up si sta rivelando una forma concreta di difesa collettiva, costruita dalla pratica quotidiana di lotta dei lavoratori federali statunitensi, che si stanno trasformando in breve tempo in una spina nel fianco dell’amministrazione. Se i tagli promessi dal Doge e dall’esecutivo Trump procedono oggi a rilento, infatti, è – oltre come abbiamo visto ad una certa incompetenza del ministero – soprattutto grazie all’opposizione interna ed esterna che si sta sviluppando attorno alla riduzione drastica di servizi pubblici già di per sé poco sviluppati nel sistema federale statunitense.

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