Dal nostro corrispondente a Los Angeles — La città degli angeli è tornata a infiammarsi. Migliaia di persone sono scese in piazza l’8 giugno per protestare contro una massiccia operazione di deportazione avviata nei giorni precedenti dall’agenzia federale per l’immigrazione, l’Ice. Le proteste, inizialmente pacifiche, sono rapidamente degenerate in scontri violenti, culminando con incendi di veicoli autonomi, blocchi autostradali e lanci di oggetti contro le forze dell’ordine.
La polizia ha risposto con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e granate stordenti. Le autorità cittadine hanno dichiarato diverse “assemblee illegali” e hanno effettuato numerosi arresti.
Il contesto: cosa ha scatenato le proteste
Tutto è iniziato con una nuova direttiva federale voluta dall’amministrazione Trump, che prevede deportazioni accelerate per immigrati irregolari anche senza processo o udienza preliminare. Le operazioni dell’ICE si sono concentrate in particolare in quartieri a forte presenza latinoamericana, come Boyle Heights e Pico-Union, dove si sono verificati arresti notturni, irruzioni domestiche e blocchi stradali.
La scelta di Trump di rendere pubblici i dettagli delle deportazioni, descrivendole come “una pulizia necessaria”, ha acceso l’indignazione di gruppi civili, attivisti per i diritti umani, associazioni religiose e rappresentanti delle comunità locali.
La risposta della Casa Bianca
Donald Trump ha risposto alle rivolte con una misura straordinaria: l’attivazione della Guardia Nazionale federale, con circa 300 soldati dislocati a Los Angeles, bypassando il consenso del governatore Gavin Newsom. È la prima volta dal 1965 che un presidente prende controllo diretto della Guardia di uno Stato senza il consenso locale.
In un post su Truth Social, Trump ha definito i manifestanti “rivoltosi illegali e protettori di criminali” e ha promesso: “Se sputano, noi colpiamo. Non tollereremo la legge della strada in una nazione civile”.
Ha poi autorizzato il Pentagono a tenere in stato d’allerta 500 Marines presso la base di Camp Pendleton.
Le reazioni istituzionali e politiche
La decisione ha provocato un durissimo scontro istituzionale. Il governatore Newsom e la sindaca di Los Angeles, Karen Bass, hanno condannato l’intervento federale come una violazione grave dell’autonomia statale, annunciando ricorsi legali.
Anche molti esponenti democratici, tra cui Kamala Harris e Bernie Sanders, hanno denunciato “l’uso politico delle forze armate contro cittadini americani”, definendo la mossa di Trump autoritaria e provocatoria.
Verso una crisi costituzionale?
Le manifestazioni a Los Angeles non sono solo l’espressione di un disagio sociale, ma l’epicentro di una crisi istituzionale senza precedenti, in cui la Casa Bianca sembra voler riscrivere i confini del potere federale e del diritto alla protesta.
Nei prossimi giorni sono attese nuove mobilitazioni, mentre la battaglia legale tra lo Stato della California e l’amministrazione federale potrebbe definire il futuro dei rapporti tra Washington e i governi locali in tema di immigrazione e ordine pubblico.
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