Mentre l’occupazione israeliana di Gaza entra nel suo diciannovesimo mese, il sostegno popolare a Israele in Europa occidentale crolla ai minimi storici. Secondo un sondaggio pubblicato il 3 giugno da YouGov, meno del 20 per cento degli intervistati in sei Paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito, Danimarca, Spagna e Italia) mantiene un’opinione favorevole a Israele. Le valutazioni negative oscillano tra il 63 per cento e il 70 per cento, segnalando un distacco sempre più netto tra l’opinione pubblica europea e le posizioni dei Governi, spesso ancora solidali con Tel Aviv.
L’Italia si distingue per il dissenso: da noi, solo il 9 per cento degli intervistati considera “giustificate” le attuali operazioni militari israeliane, la percentuale più bassa tra i Paesi esaminati. Dato ancora più interessante – o inquietante, dipende dai punti di vista – è proprio in Italia che la distanza tra chi giustifica l’invasione israeliana e chi arriva a considerare legittimi gli attacchi iniziali di Hamas del 7 ottobre è quasi impercettibile: entrambi sono segmenti minoritari, ma il primo sta diminuendo vistosamente e il secondo aumentando leggermente. Questo potrebbe indicare una polarizzazione calante su questo tema: gli italiani sono sempre più sfiduciati verso Israele.

La sensazione che il Governo di Benjamin Netanyahu abbia portato la sua nazione a una rovina reputazionale non tocca solo l’Italia. In Francia, solo il 16 per cento ritiene “proporzionata” la reazione militare israeliana; in Germania, dove in piazza i simboli palestinesi sono ostacolati dalla polizia, il dato sale appena al 24 per cento, mentre in Danimarca, uno dei Paesi storicamente più vicini a Israele, la percentuale non supera il 25 per cento. In nessuno dei Paesi considerati più del 18 per cento si schiera apertamente con Israele.
Dovrebbe farci riflettere in particolare il caso tedesco, dove il sostegno politico a Israele – trasversale da Cdu a Spd e condiviso anche da Verdi, la destra di AfD e la sinistra di Die Linke – non trova riscontro in società. Solo il 40% dei tedeschi considera giustificata l’invasione di Gaza e appena il 24% ritiene legittime le operazioni in corso. La distanza tra il consenso popolare e la “ragione di Stato” di Berlino in materia israeliana appare oggi più ampia che mai.

Gli europei, ci dice il sondaggio, sono sempre più scettici sulla possibilità di una pace duratura. Solo il 29 per cento dei francesi si dice ottimista rispetto alla prospettiva di un accordo entro il prossimo decennio. In Danimarca, questa speranza si riduce al 15 per cento. In tutti i Paesi europei analizzati, nel frattempo, il sostegno alla causa palestinese, sebbene non superi mai il 33 per cento (in Spagna), è in crescita rispetto al passato, segno di una nuova consapevolezza.
Le tendenze europee trovano eco anche negli Stati Uniti. Secondo il Pew Research Center, ad aprile 2025 il 53 per cento degli statunitensi ha dichiarato di avere un’opinione negativa di Israele, in aumento rispetto al 44 per cento del 2022. Un altro sondaggio (Data for Progress) indica che la metà degli americani si oppone al piano israeliano di controllo permanente su Gaza, e altrettanti ritengono che il presidente Trump dovrebbe pretendere da Israele un cessate il fuoco.

C’è un cambiamento strutturale nel rapporto tra Israele e l’opinione pubblica occidentale, che non può essere spiegato come fanno molti intellettuali conservatori con l’antisemitismo o l’odio degli europei/statunitensi verso sé stessi. Se i Governi, con qualche eccezione nordica o iberica, continuano a sostenere in modo più o meno critico la narrativa israeliana, i cittadini sembrano sempre più inclini a considerare Tel Aviv non come un baluardo democratico assediato, ma come una potenza occupante che viola sistematicamente il diritto internazionale.
È un segnale che la politica europea dovrà prima o poi affrontare: l’impunità morale concessa per decenni a Israele non regge più di fronte a immagini, dati e crimini di guerra documentati in tempo reale. Se la frattura tra Governi e cittadini continuerà ad allargarsi, il sostegno diplomatico all’alleato mediorientale rischia di trasformarsi in un boomerang elettorale.
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