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Donne

“Mio nipote è diventato mio figlio”: Damiano Rizzi racconta il dramma degli orfani di femminicidio 

Un femminicidio non termina con una vittima. Spesso lascia in vita dei figli. Bambini, adolescenti, orfani. Oltre 3.500 secondo la presidente dell’Osservatorio nazionale indipendente sugli orfani di femminicidio, Stefania Bartoccetti, che di recente ha comunicato questo dato davanti alla Commissione...

Un femminicidio non termina con una vittima. Spesso lascia in vita dei figli. Bambini, adolescenti, orfani. Oltre 3.500 secondo la presidente dell’Osservatorio nazionale indipendente sugli orfani di femminicidio, Stefania Bartoccetti, che di recente ha comunicato questo dato davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. “Almeno 1.500 in più dei duemila stimati fino ad ora”, secondo Damiano Rizzi, presidente della fondazione Soleterre. Lui, dopo un lungo iter burocratico, è diventato padre di suo nipote, orfano del femminicidio della sorella Tiziana, avvenuto nel 2013. Da quell’anno la situazione per gli orfani, cosiddetti “speciali”,  e per chi li prende a carico, non sarebbe migliorata. Tanto per cominciare, non sapere quanti siano esattamente rende difficile capire quanti aiuti stanziare. Ne abbiamo parlato proprio con Damiano Rizzi che si batte affinché i figli delle vittime di femminicidio possano ricevere un aiuto concreto. 

Non sappiamo quanti sono ma almeno sappiamo chi sono gli orfani di femminicidio?

Sono bambini e adolescenti che hanno perso la madre per mano del padre o di un partner. Spesso hanno assistito direttamente all’omicidio o ne hanno subito le conseguenze indirette. Oltre al trauma della perdita, devono affrontare anche l’assenza del padre, che spesso è incarcerato o si è tolto la vita, e un sistema che fatica a riconoscerli e a sostenerli adeguatamente. Questi bambini hanno vissuto per anni in un contesto familiare violento, spesso assistendo a maltrattamenti fisici e psicologici e il trauma continua nell’abbandono istituzionale che segue. 

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontra un orfano di femminicidio?

Dalla mia esperienza personale, insieme a mio nipote – oggi mio figlio – abbiamo incontrato molte difficoltà dopo la tragica morte di mia sorella Tiziana. Oltre al dolore profondo, la burocrazia italiana si è rivelata un ostacolo enorme. Per mesi abbiamo dovuto affrontare lunghe e complesse procedure per ottenere il riconoscimento legale della tutela del bambino, un processo che spesso lascia sole le famiglie affidatarie. È stato necessario un grande impegno per garantire i diritti di mio nipote, che rappresenta anche la memoria viva di sua madre.

In generale le difficoltà maggiori risiedono nella mancanza di politiche di sistema stabili e di lungo termine che contrastino efficacemente le cause e gli effetti di questa violenza strutturale. Il sistema giuridico e sociale fatica a offrire una tutela adeguata, e le istituzioni spesso non riescono a garantire la “diligenza dovuta” prevista dalla Costituzione e dai trattati internazionali. Questo lascia le vittime e i loro figli in una condizione di forte precarietà. Non esistono percorsi standardizzati e tempestivi per il sostegno psicologico, per l’accompagnamento sociale e per l’inserimento familiare. Queste lacune burocratiche e istituzionali non solo rappresentano un disservizio, ma contribuiscono a prolungare il trauma dei bambini, costringendoli a una doppia vittimizzazione

Chi e in che modo dovrebbe occuparsi di migliorare la vita e il futuro degli orfani di femminicidio?

Lo Stato italiano dovrebbe agire con misure coordinate e immediate. È fondamentale garantire un accesso gratuito, tempestivo e continuativo al supporto psicologico specializzato, riconoscendo l’importanza di un intervento precoce per prevenire gli effetti a lungo termine del trauma. Attualmente, l’80% dei minorenni vittime di violenza domestica non accede al supporto psicologico pubblico e le famiglie devono sostenere costi privati per terapie essenziali. Il fondo istituito per gli orfani di femminicidio rappresenta un segnale positivo, ma non è sufficiente: molte famiglie affidatarie spesso ignorano l’esistenza dei fondi dedicati o si trovano a dover affrontare iter burocratici lunghi e complessi. È cruciale semplificare e rendere trasparenti queste procedure, assicurando che le risorse economiche e i sostegni arrivino senza ritardi, dato che i finanziamenti attuali sono spesso insufficienti. È altrettanto fondamentale investire nella formazione di operatori sociali, psicologi, educatori e personale sanitario. Infine, un passo imprescindibile è l’istituzione di un registro nazionale ufficiale degli orfani di femminicidio. Questo permetterebbe un monitoraggio preciso e costante delle condizioni psicologiche, sociali ed economiche degli orfani, pianificando risorse e interventi mirati a livello nazionale e territoriale e facilitando il coordinamento tra tribunali per i minorenni, servizi sociali, scuole, ASL e associazioni del terzo settore.

Ad oggi da dove provengono i dati sugli orfani di femminicidio?

Attualmente non esistono dati completi e ufficiali sugli orfani di femminicidio in Italia. Le informazioni disponibili sono frammentarie, spesso sottostimate e provengono da ricostruzioni giornalistiche o da indagini parziali.

Chi dovrebbe occuparsi di creare un registro nazionale?

Per garantire dati precisi, aggiornati e accessibili, la raccolta sistematica dovrebbe essere gestita da un ente pubblico centrale, come l’ISTAT, che lavorerebbe in stretta collaborazione con il Ministero della Giustizia e le procure, responsabili delle indagini e dei casi giudiziari. Inoltre, per assicurare la copertura territoriale e il coinvolgimento diretto dei Comuni, è fondamentale il contributo dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani). Solo con questa sinergia tra istituzioni nazionali e locali sarà possibile creare un registro ufficiale e affidabile degli orfani di femminicidio. 

Ci sono modelli all’estero da cui l’Italia potrebbe trarre ispirazione?

La Spagna ha già adottato protocolli specifici per il supporto agli orfani di femminicidio, garantendo loro assistenza psicologica gratuita e programmi strutturati di reinserimento sociale. Questi interventi includono percorsi di sostegno emotivo, tutela legale, accompagnamento scolastico e sociale, oltre a misure che favoriscono l’inclusione e la protezione a lungo termine. Anche il Regno Unito ha sviluppato un modello avanzato di intervento per i minori vittime di violenza domestica, compresi gli orfani di femminicidio. In Inghilterra, le politiche di protezione minorile si basano su un approccio integrato che coinvolge più istituzioni — dai servizi sociali alle autorità giudiziarie, fino a organizzazioni non governative — per assicurare un sostegno multidimensionale e continuativo. Particolare attenzione è dedicata alla prevenzione del trauma attraverso programmi di terapia specializzata, supporto psicologico a lungo termine e interventi educativi mirati, con un coinvolgimento attivo delle famiglie affidatarie.

Chi e come può sostenere questa battaglia?

Questa battaglia non riguarda solo le famiglie direttamente colpite, ma l’intera società, che deve riconoscere e affrontare il problema in modo strutturale e concreto, senza deleghe né silenzi. Il sostegno agli orfani di femminicidio può essere efficace solo attraverso un lavoro condiviso e integrato tra istituzioni, associazioni e società civile. Le istituzioni hanno il dovere di garantire diritti, tutele e servizi essenziali, promuovendo politiche coordinate che coinvolgano tutti i settori coinvolti, dalla giustizia alla sanità, dall’istruzione ai servizi sociali. Le associazioni rappresentano un fondamentale punto di riferimento per l’assistenza diretta, offrendo – in attesa che siano garantiti dal sistema pubblico – percorsi di supporto psicologico, legale e sociale, e svolgendo un prezioso lavoro di sensibilizzazione e advocacy per migliorare le condizioni di vita di questi minori. La società civile, infine, svolge un ruolo indispensabile nel creare una comunità accogliente e consapevole, capace di non voltarsi dall’altra parte, ma di sostenere con solidarietà e impegno concreto chi ha vissuto traumi così profondi. E’ fondamentale coinvolgere attivamente scuole, media e istituzioni in programmi educativi e campagne strutturate che affrontino non solo la violenza di genere, ma anche le sue ripercussioni sui minori, promuovendo una cultura della prevenzione, del rispetto e dell’inclusione. 

Fondazione Soleterre si impegna a offrire supporto psicologico gratuito a tutte le vittime di violenza, inclusi i minorenni e le famiglie che li accolgono, oltre a lavorare per la prevenzione della violenza di genere. Fondazione Soleterre ha lanciato la campagna “Diritto alla Voce” che offre percorsi psicologici gratuiti a donne e minori sopravvissuti alla violenza domestica.

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