Una domenica a Rafah, nel Sud della Striscia di Gaza, una distribuzione di aiuti umanitari si è trasformata in un massacro. Almeno 31 civili palestinesi sono morti e decine di altri sono rimasti feriti in un’operazione che ha provocato la dura condanna di Médecins Sans Frontières (MSF), una delle più autorevoli organizzazioni medico-umanitarie del mondo. Ma il bersaglio delle accuse non è stato questa volta il solo esercito israeliano. In un comunicato dai toni durissimi, MSF punta il dito contro la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un’organizzazione umanitaria sostenuta dagli Stati Uniti e operante con l’approvazione del Governo israeliano. Secondo MSF, la GHF avrebbe messo in atto un sistema «disumanizzante, pericoloso e gravemente inefficace» che non solo ha fallito nel garantire il soccorso, ma ha direttamente contribuito alla morte dei civili radunatisi per ricevere aiuti alimentari.
Secondo la Difesa Civile di Gaza, il fuoco sarebbe partito dalle forze israeliane che, nel mezzo della distribuzione, avrebbero sparato sulla folla. Testimonianze raccolte all’ospedale Nasser parlano di un incubo: droni che sorvolano l’area, elicotteri in manovra, carri armati schierati e soldati israeliani a terra che aprono il fuoco in mezzo al caos. L’esercito israeliano ha negato qualsiasi responsabilità, accusando Hamas di aver orchestrato una campagna di disinformazione.
Le immagini dall’ospedale di Khan Younis raccontano una realtà difficile da ignorare: corridoi pieni di feriti colpiti da proiettili, tra urla, sangue e confusione. MSF descrive scene di disperazione assoluta, con civili che si azzuffano per pochi pacchi di viveri. Uno di loro, Mansour Sami Abdi, ha raccontato di essere stato attirato da un annuncio per la distribuzione di cibo, salvo poi trovarsi intrappolato sotto un fuoco incrociato. «Non è aiuto. È una trappola», ha dichiarato.
Operazioni umanitarie o militari?
Claire Manera, coordinatrice d’emergenza di MSF, ha usato parole nette: «Questa non era un’operazione umanitaria. Gli aiuti devono essere distribuiti solo da chi ha la capacità di farlo in sicurezza. Qui è mancato tutto». E ha chiesto una revisione completa delle modalità di intervento nella Striscia, sottolineando i pericoli di affidare a entità improvvisate la gestione di aiuti in contesti di guerra.
L’incidente segna un nuovo punto di crisi per l’immagine delle operazioni umanitarie “coordinate” da attori vicini a Washington. In una fase in cui la popolazione civile palestinese è già schiacciata tra bombardamenti, carestia e sfollamenti forzati, l’aiuto internazionale — se non neutrale e professionale — rischia di trasformarsi in un altro strumento del conflitto.
Médecins Sans Frontières, da sempre impegnata nel garantire assistenza medica indipendente nelle aree più calde del pianeta, lancia l’ennesimo grido d’allarme: senza neutralità, senza competenza e senza rispetto per il diritto umanitario, anche il soccorso diventa un’arma. E Rafah ne è solo l’ultimo tragico esempio.
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