“Oltre ogni ragionevole dubbio”, un’espressione giuridica utilizzata nel diritto penale per condannare il colpevole di un delitto, che negli ultimi tempi è entrata nel dibattito pubblico e nel linguaggio mediatico. Soprattutto a causa di un interrogativo: davvero, in alcuni casi, è stato condannato un sospettato di omicidio “oltre ogni ragionevole dubbio”?
Con l’inattesa riapertura del caso di Garlasco, il nuovo indagato Andrea Sempio e l’enorme caos mediatico esploso attorno all’omicidio di Chiara Poggi nelle ultime settimane, l’opinione pubblica ha iniziato a valutare in modo sempre più critico la trasparenza di alcuni processi e il modo in cui le indagini vengono condotte, tanto che nei salotti televisivi, sui maggiori quotidiani e sui social molti sono arrivati a mettere in dubbio lo stesso senso di giustizia, su cui recentemente è intervenuto persino il ministro Carlo Nordio.
“Dopo un proscioglimento è irragionevole una condanna. Soprattutto se le assoluzioni sono due. Come puoi condannare ‘al di là di ogni ragionevole dubbio’, se due giudici hanno già dubitato?” ha infatti dichiarato il ministro a proposito della condanna di Alberto Stasi. Nel dicembre del 2015 Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni di carcere (con rito abbreviato), accusato dell’omicidio volontario della sua fidanzata, Chiara Poggi. Tutto ciò, nonostante la precedente doppia assoluzione, in primo grado nel processo del 2009 e in appello nel 2011 e in assenza di un reale movente. Una situazione che oggi, con la riapertura delle indagini, viene da molti giudicata come paradossale.
Tuttavia, l’omicidio di Garlasco non è l’unico caso ad aver suscitato polemiche e malumori negli ultimi anni. Basti pensare al recente tentativo di riaprire il processo a carico dei coniugi di Erba, Rosa e Olindo; la colpevolezza dell’operaio Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, messa in dubbio da alcuni, tanto da farne persino una serie Netflix; e poi ancora il caso di Sarah Scazzi ad Avetrana, anche questo, finito in una serie tv. Tuttavia, non si tratta di si tratta solo di colpevolezza – che in alcuni dei casi appena elencati non viene certamente messa in dubbio – ma anche un fatto di omertà, di testimonianze tardive, di rapporti familiari torbidi, di ex fidanzati, madri, cugine, zii, ma anche vicini di casa e sconosciuti che spesso hanno negato coinvolgimenti, salvo poi venire incastrati nei processi da prove schiaccianti.

Rosa, Olindo e la strage di Erba
Tra i delitti più discussi degli ultimi vent’anni, oltre all’omicidio di Garlasco, troviamo senza dubbio la strage di Erba, ovvero la condanna all’ergastolo dei coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi, di cui, proprio come nel caso di Garlasco, si erano ampiamente occupati nel programma Mediaset Le iene.
Nel gennaio del 2007 Rosa e Olindo, rispettivamente 43 e 44 anni all’epoca, vennero arrestati a Erba, sospettati dell’omicidio di quattro persone: Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk di 2 anni, la madre di Raffaella, Paola Galli, di 57 anni e la vicina di casa Valeria Cherubini, 55. Un omicidio brutale, violentissimo, che aveva scosso l’Italia intera. Rosa e Olindo, che vivevano nello stesso stabile, avevano contenziosi aperti con la famiglia Marzouk, tanto che Raffaella Castagna li aveva anche denunciati per ingiurie e lesioni dopo una lite nel dicembre 2005. Appena due giorni dopo il fermo, i due confessano – o sono portati a confessare, a seconda del giudizio sulla loro colpevolezza – il delitto: “Il bambino l’ho fatto io. La mamma l’ho fatta io e gliene ho date tantissime e idem anche alla Raffaella” una delle dichiarazioni di Rosa Bazzi che negli anni è stata ripresa decine di volte dai quotidiani di cronaca nera. Il movente, stando alla confessione, riconduce proprio a quelle liti tra vicini, andate avanti negli anni.
Successivamente i due coniugi ritrattano, sostenendo di essere stati manipolati e incastrati, ma è tutto inutile: verranno condannati all’ergastolo, con isolamento diurno per tre anni. Un caso che però, a distanza di ormai 18 anni – proprio come Garlasco – divide ancora moltissimo, dato che, proprio come con Garlasco, anche qui, recentemente, si sono sollevati dubbi sulla trasparenza delle indagini, oltre a presunte nuove testimonianze e una possibile pista alternativa, ovvero la presenza di un furgone e un gruppo di uomini dalla “carnagione olivastra”, che qualcuno negli anni ha raccontato di aver visto appostato fuori dal condominio in cui si è consumato l’omicidio, che ha fatto ipotizzare un coinvolgimento del compagno di Raffaella Castagna, il cittadino tunisino Azouz Marzouk e padre del piccolo Youssef, assente nei giorni prima e dopo il delitto, che aveva precedenti condanne per spaccio.
Nel 2024 era stata infatti chiesta una revisione del processo e una riapertura del caso, proprio attorno a queste piste alternative, che si è però comunque conclusa con un nulla di fatto. Lo scorso 25 marzo 2025 i giudici della Corte Suprema hanno infine ritenuto che nessuno dei motivi per i quali si riteneva di rivedere il processo, era fondato e valido. Rosa e Olindo restano in carcere, colpevoli “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Yara Gambirasio e Sarah Scazzi, due vittime giovanissime
Tra i casi di cronaca nera degli ultimi anni particolarmente sconvolgenti anche gli omicidi di due ragazze giovanissime: Yara Gambirasio, scomparsa a 13 anni nel novembre del 2010, e ritrovata uccisa in un campo nel febbraio del 2011, e Sarah Scazzi, scomparsa a 15 anni nell’agosto del 2010 e ritrovata in fondo a un pozzo, l’ottobre dello stesso anno.
Pochi mesi di distanza tra gli omicidi delle due ragazze e un clamore mediatico inaudito, tanto che entrambe le loro tragiche storie sono diventate oggi serie tv: Il caso Yara – Oltre ogni ragionevole dubbio, uscita su Netflix nel luglio 2024 e Avetrana – Qui non è Hollywood, uscita invece sulla piattaforma Disney+ nell’ottobre dello stesso anno. Forse solo una macabra coincidenza, che mostra però come lo smodato interesse mediatico per la pornografia del dolore e dettagli più minuziosi dietro a questi delitti, possono oggi essere trasformati in serie tv “true crime” accattivanti, appetibili per il grande pubblico.
Entrambi i casi sono oggi conclusi: Massimo Giuseppe Bossetti, 44 anni all’epoca dei fatti, muratore di Mapello, incensurato, venne giudicato colpevole dell’omicidio di Yara Gambirasio dopo che il suo DNA venne ritenuto corrispondente a quello dell’“ignoto 1”, le cui tracce furono trovate sugli slip e leggins di Yara. Bossetti, dopo un’infinita serie di processi, pur proclamando sempre la sua innocenza, è stato condannato definitivamente all’ergastolo nel 2018. Il movente è di fatto ignoto, ma si ritiene un tentativo di violenza sessuale nei confronti della 13enne. Proprio questa è però, una delle ragioni che negli anni ha alimentato molti a dubitare della sua colpevolezza, come sottolineato anche nella serie Netflix sul suo caso: “oltre ogni ragionevole dubbio”.
Anche il caso di Sarah Scazzi è stato per anni oggetto di un acceso dibattito: conclusosi definitivamente nel 2017 – anche in questo caso dopo infiniti processi – ha portato alla condanna all’ergastolo di Sabrina Misseri e Cosima Serrano, cugina e zia della vittima, accusate anche di aver inquinato le prove con la “fredda pianificazione d’una strategia finalizzata, attraverso comportamenti spregiudicati, obliqui e fuorvianti, al conseguimento dell’impunità”. La colpevolezza, in questo caso è certa, così come lo è il movente: la gelosia di Sabrina Misseri nei confronti della cuginetta 15enne, soprattutto rispetto alle attenzioni di Ivano – un amico delle due ragazze – ha portato Sabrina Misseri a volersi liberare di Sarah, aiutata dalla madre e in parte dal padre, Michele Misseri – diventato famoso sui media come lo “zio Michele” – che, in un primo momento, aveva anche cercato di addossarsi l’intera colpevolezza dell’omicidio, simulando un tentativo di stupro della nipote, mai di fatto avvenuto.
Un caso, quest’ultimo, analizzato decine di volte da psicologi, criminologi, programmi televisivi e articolisti di cronaca nera, soprattutto a causa della torbida dinamica dietro al contesto familiare di Sarah, alimentata ulteriormente dalla falsa narrazione di Sabrina, che per settimane era apparsa in tv, sostenendo che la cuginetta era stata rapita da ignoti, a cui chiedeva a gran voce il rilascio.

Testimonianze, ombre ipotesi. E la verità?
Anche nel caso di Chiara Poggi, recentemente, si è tornato a parlare di un possibile coinvolgimento di alcuni parenti della vittima, ovvero le cugine Paola e Stefania Cappa, che comunque, come abbiamo sottolineato, non sono al momento indagate. Tuttavia, anche in questo caso sono emerse molteplici narrazioni su possibili liti precedenti: gelosia, liti, incomprensioni all’interno della sfera familiare, che raccontano di rapporti tesi prima del delitto del 13 agosto 2007.
Certo, negli ultimi vent’anni i casi di omicidio che hanno suscitato clamore mediatico sono comunque molti altri, come il delitto di Cogne del piccolo Samuele e le accuse verso la madre, Annamaria Franzoni; il brutale omicidio di Tommaso Onofri, appena 17 mesi a Casalbaroncolo, frazione di Parma; il doppio infanticidio di Chiara Pertrolini, nel permanse emerso lo scorso anno e la morte di stenti della piccola Diana, abbandonata da Alessia Pifferi, che hanno fatto molto riflettere sul senso dell’essere madre. E poi i casi tuttora aperti di Pierina Paganelli, uccisa con 29 coltellate a Rimini nel 2023, e Liliana Resinovich, scomparsa nel 2021 e ritrovata cadavere nel 2022, attorno a cui si specula moltissimo, ma di cui non è ancora stata confermata alcuna condanna.
Ombre, verità sfuggenti, testimonianze e smentite, che continuano ancora a intrecciarsi nei meandri di questi delitti, dove la certezza della giustizia, sempre più spesso, si scontra con l’eco inquietante di dubbi mai sopiti, lasciando l’Italia a interrogarsi: oltre ogni ragionevole dubbio, la verità è davvero stata trovata?


