Nella notte tra il 24 e il 25 maggio la Russia ha lanciato contro l’Ucraina il più massiccio attacco aereo della storia di questa guerra: 9 missili Kh-101 e 355 droni Shahed. Tutti i missili sono stati intercettati dalla contraerea ucraina e dei droni russi “solo” 55 sono riusciti a passare e, presumibilmente, a colpire un qualche bersaglio. Poi, nella notte tra il 25 e il 26 maggio, la Russia ha lanciato il secondo più massiccio attacco aereo dall’inizio della guerra. Nel complesso, la Russia ha lanciato otto dei suoi più massicci attacchi aerei tra gennaio e maggio 2025.

Nello stesso tempo, da media molto stimati in Occidente e certo non accusabili di nutrire sentimenti filorussi, arrivavano notizie e analisi preoccupanti. Secondo The Economist, l’industria bellica russa è riuscita ad accumulare una riserva di 500 missili balistici e la produzione di droni Shahed è ora a 100 esemplari al giorno, con la prospettiva (“certificata” da fonti dell’intelligence ucraina) di arrivare presto a 500 al giorno, quando a fine 2024 si aggirava sui 25 al giorno. Non solo. Sempre secondo l’Economist e le sue fonti ucraine, gli ingegneri russi stanno anche modernizzando i loro droni con l’uso dell’Intelligenza artificiale e la capacità di sfruttare le reti Internet della stessa Ucraina per aggirare gli strumenti di intercettazione elettronica. Infine, i droni russi riescono ora a volare ad altezze sempre maggiori, cosa che li rende difficilmente intercettatili: parliamo di 2.000-2.500 metri, anche se Andriy Kovalenko, capo del Centro ucraino per la lotta alla disinformazione, ha dichiarato che alcuni Shahed sono volati alla quota record di 4.900 metri. Un’altra nota greve l’ha portata il Financial Times, pubblicando un report in cui si dice che il sistema industriale russo sta producendo missili e droni in misura molto superiore a quelli che usa, accumulando così riserve di armi per il futuro.
Non si deve credere che gli ucraini siano rimasti passivamente a guardare. Secondo i dati forniti dl ministero della Difesa russo, nella stesso periodo gli ucraini hanno lanciato una media di 333 droni al giorno, sia contro il territorio della Russia sia nelle zone di combattimento. Sempre secondo la stessa fonte, “dal 20 maggio alla mattina del 27 maggio la contraerea russa ha intercettato e distrutto 2.331 droni ucraini, di cui 1.465 fuori dalle zone di combattimento”. Il Ministero si guarda bene dal dire quanto droni ucraini hanno raggiunto il bersaglio ma denuncia 9 morti e 120 feriti tra i civili. Non pochi, comunque molti meno di quelli registrati in Ucraina.
Non sfonda ma avanza
Di fronte a questa escalation aerea dei russi, c’è una singolare coincidenza tra le analisi dell’intelligence ucraina e quella dei maggiori think tank occidentali. Per esempio, ecco ciò che pensa Oleh Ivashchenko, capo dello spionaggio ucraino: “I piani strategici della Russia per l’Ucraina rimangono invariati, e questo significa ottenere il pieno controllo del nostro territorio. Ma un semplice desiderio non equivale alla capacità. Sono esauriti – tecnologicamente, economicamente e diplomaticamente. In sostanza, l’obiettivo a lungo termine della Russia è stabilire il controllo sui Paesi dell’ex Unione Sovietica”. Un’interpretazione sposata, altro esempio, dallo statunitense Institute for the Study of War presieduto dal generale (in pensione) Jack Keane. O dall’ex comandante delle truppe Usa in Iraq e poi capo della Cia, generale David Petraeus, che vede Putin pronto a invadere la Lituania per testare la possibile reazione della Nato.
Il che, alla fin fine, equivale a dire: i russi sono finiti però vogliono prendersi tutta l’Ucraina e ricostruire l’Urss. Abbiamo citato Ivashchenko perché i contenuti di questa specifica intervista a Ukrinform sono poi stati riprodotti, quasi sempre sub specie di analisi indipendente, da molti “esperti” di testate europee e italiane. Sia dove il direttore dello spionaggio ucraino riporta dati oggettivamente credibili (“Prima dell’inizio dell’invasione totale nel 2022, il patrimonio del Fondo Nazionale russo ammontava a circa 150 miliardi di dollari. Ora si è ridotto a soli 38 miliardi di dollari circa… In precedenza avevano 2.300 tonnellate d’oro di riserva, ora ne sono rimaste solo 1.700. Le stanno vendendo….”) sia dove la propaganda prevale contro ogni dato di realtà (si veda per l’economia russa la recente analisi di Andrea Muratore).
La realtà sul campo di battaglia oggi dice che la Russia è vicina a ottenere il controllo del 100% delle regione di Luhansk e Donetsk, che tiene o leggermente avanza le proprie posizioni nelle regioni di Kherson e Zaporižžja, che ha messo un piede nelle regioni di Sumy e Khar’kiv. Non sfonda ma avanza. Un successo ucraino, per chi crede che il Cremlino volesse e voglia impadronirsi di tutta l’Ucraina. Un successo russo per chi, come noi, crede altro: e cioè che Putin volesse (nel 2022) spingere Zelensky alla fuga per installare un governo fantoccio a Kiev e che, fallito quell’obiettivo, si sia concentrato sul controllo del Donbass e sulla dimostrazione che la capacità di deterrenza occidentale aveva molti più limiti del previsto.
Due modi per aiutare la Russia
Ma la gara a chi ha ragione importa poco. La teoria occidentale, e soprattutto europea, è che la Russia non può vincere (e il presupposto è sempre che voglia prendersi tutta l’Ucraina) se gli alleati non smettono di sostenere le capacità di difesa ucraine. Ma specularmente si potrebbe far notare che la Russia non può perdere se l’aiuto internazionale di cui gode non viene meno. Questo aiuto ha due forme. La prima è quella più evidente, diretta: la Corea del Nord che fornisce 9 milioni di proiettili di artiglieria, 100 missili balistici e 14 mila soldati; l’Iran, che passa alla Russia missili, munizioni e droni; la Cina, che secondo i calcoli delle intelligence occidentali fornisce alla Russia l’80% delle componenti elettroniche essenziali per l’industria degli armamenti; la Bielorussia, altra fornitrice di munizioni.
Ma c’è un’altra forma di “aiuto” o, se vogliamo, di collaborazione. La Corea del Nord e l’India mandano in Russia un numero sempre maggiore di lavoratori e operai, che sostengono l’economia russa in molti settori (per esempio l’edilizia) a corto di manodopera. Abbiamo citato l’India: proprio dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il commercio bilaterale tra Russia e India è quintuplicato (d 12 a 66 miliardi) e il price cap imposto dalla Ue al petrolio russo ha permesso all’India di diventare il primo importatore di petrolio dalla Russia e il primo esportatore verso l’Europa, oltre che il secondo fornitore (dopo la Cina, appunto) per la Russia di microchip, circuiti elettronici e macchine utensili. Parliamo del Brasile: il commercio bilaterale con la Russia ha toccato il suo record storico nel 2024 (12,4 miliardi di dollari), con un aumento del 9% sul 2023. Anche qui, dopo l’invasione dell’Ucraina. E via via con altri esempi.
Il tema profondo di questa guerra, quindi, che l’Occidente soprattutto europeo sembra ignorare, non è quanti droni volino domani o quali siano le loro capacità. Ma quali siano le linee di faglia politiche che stanno ridisegnando la politica internazionale all’ombra delle sofferenze ucraine e delle difficoltà russe. Perché è vero che l’Ucraina rappresenta l’Europa e, in un certo senso, l’Occidente. Ma è anche vero che, in un modo o nell’altro, la Russia ormai rappresenta molto più che se stessa.
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