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In almeno 4 Paesi africani, mediamente meno dell’8% ha una rete di corrente elettrica o un generatore. Nel 2025, mentre gran parte del mondo beneficia di innovazioni tecnologiche sempre più avanzate, milioni di persone vivono ancora completamente escluse dall’elettricità. Questo comporta l’assenza di servizi igienici adeguati, di ospedali sicuri e di acqua pulita.
In nazioni come Ciad, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Burundi, Malawi e Papua Nuova Guinea, la quotidianità è segnata da un’assenza costante che limita ogni aspetto della vita.
Le infrastrutture in questi paesi sono fragili, sottosviluppate e spesso inadeguate a soddisfare i bisogni di base. Le reti elettriche nazionali, dove esistono, raggiungono solo le capitali o i centri più grandi, lasciando intere regioni — soprattutto quelle rurali — completamente scollegate. In molti villaggi l’unica forma di luce dopo il tramonto proviene da candele, lampade a cherosene o, nei casi migliori, da piccoli pannelli solari domestici. Strade sterrate, mancanza di trasporti affidabili e ponti in rovina aggravano ulteriormente l’isolamento di milioni di persone.
Paradossalmente, i telefoni cellulari sono molto diffusi anche nelle zone più remote, ma la loro utilità è fortemente limitata dall’impossibilità di ricaricare la batteria in casa. La ricarica avviene spesso a pagamento in piccoli centri, alimentati da generatori o pannelli solari condivisi, raggiungibili anche dopo ore di cammino. L’accesso a Internet è quasi nullo nelle campagne e molto scarso nei centri urbani, rendendo difficile l’accesso all’istruzione digitale, ai servizi bancari e alle informazioni sanitarie essenziali. Questo isolamento digitale contribuisce a mantenere intere generazioni escluse da opportunità di sviluppo e formazione.

Le conseguenze più drammatiche dell’assenza di elettricità si manifestano negli ospedali.
In Ciad, meno del 5% degli ospedali rurali ha accesso stabile alla corrente, e la carenza di medici — meno di uno ogni 25.000 abitanti — aggrava ulteriormente la situazione. In Repubblica Centrafricana, solo un terzo degli ospedali pubblici è connesso a una fonte elettrica affidabile, mentre il tasso di mortalità materna è tra i più alti al mondo. In Sud Sudan, anche le strutture che dispongono di generatori spesso non possono permettersi il carburante per farli funzionare. In Burundi, alcune strutture, dopo anni al collasso, solo ora iniziano a beneficiare di piccoli impianti solari. In Malawi, benché alcune aree urbane abbiano una copertura elettrica migliore, le campagne soffrono blackout continui, rendendo difficili le operazioni chirurgiche negli ospedali da campo e la conservazione dei farmaci.
L’istruzione subisce le stesse limitazioni: le scuole funzionano solo nelle ore diurne, e studiare la sera è impossibile senza luce artificiale. I bambini usano, quando possono, lampade a olio o a batterie, ma i costi elevati e i rischi per la salute riducono l’efficacia di queste soluzioni di fortuna. L’intera organizzazione familiare ruota intorno al ciclo naturale del giorno, e anche attività quotidiane come cucinare, lavarsi o lavorare diventano complicate in assenza di energia.
In questi paesi, vivere senza elettricità significa affrontare sfide enormi ogni giorno. L’elettricità non è solo una comodità: è la base per la salute, l’istruzione, la comunicazione e la dignità. Le soluzioni esistono — dai pannelli solari alle micro-reti — ma richiedono investimenti, volontà e impegno internazionale. Finché l’accesso all’energia resterà un privilegio e non un diritto garantito, milioni di persone continueranno a vivere — e spesso a morire — al buio.

Un esempio di comunità senza corrente in Ciad
La maggior parte dei villaggi rurali situati nel cuore del Ciad sono completamente scollegati dalla rete elettrica nazionale. L’energia è assente in tutte le case e strutture pubbliche, salvo qualche rara eccezione.
I villaggi dispongono solitamente di un piccolo centro sanitario, una struttura in muratura semplice con tre stanze, senza corrente elettrica. Le visite avvengono alla luce del giorno; di notte, le urgenze vengono affrontate con torce a batteria, lampade a cherosene o addirittura con la luce dei cellulari. Non ci sono frigoriferi, il che significa che non si possono conservare farmaci sensibili come vaccini o antibiotici liquidi. Gli strumenti sono rudimentali e la sterilizzazione avviene, quando possibile, con acqua bollente sul fuoco. Le partorienti affrontano il travaglio senza analgesici, e molte complicazioni vengono trasferite — quando possibile — a oltre 60 km di distanza, in un ospedale distrettuale dotato di un generatore. Ma spesso, il trasporto avviene su carretti trainati da animali o moto, perché mancano le ambulanze.
Le famiglie cucinano all’aperto con legna raccolta giornalmente. La conservazione del cibo è minima: non esistendo frigoriferi, si cucina solo ciò che si consuma subito. L’acqua viene prelevata da un pozzo con pompa manuale.
Negli ultimi anni, alcune famiglie hanno acquistato piccoli kit solari portatili (lampade e caricabatterie USB), ma si tratta di soluzioni minime, spesso insufficienti anche solo per una serata intera. Le ONG operanti nella zona stanno sperimentando micro-reti solari comunitarie, ma la loro portata è ancora molto limitata.
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