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Difesa

Il ruolo dell’intelligence nella Difesa comune europea: intervista a Valter Virdichizzi

Interesse nazionale e obiettivi comunitari, relazioni tra Nato e Ue, ruolo dell'intelligence militare: cosa vuol dire difesa comune europea.

Quello della Difesa comune, una difesa comune europea, è un tema ormai al centro del dibattito pubblico e politico, a livello nazionale e internazionale per quanto riguarda l’intera Unione che rischia, ogni giorno di più, d’essere ridotta al rango di potenza spettatrice e disunita nel futuro multipolare che determinerà i nuovi assetti globali. Ciò che spesso si dimentica, però, è il ruolo essenziale che l’intelligence, che non combacia sempre esattamente con l’attività di spionaggio, e la complessità di questa dimensione della “difesa” nell’ottica “comune” ed “europea”.

Per questa ragione, abbiamo consultato Valter Virdichizzi, ex incursore del 9° ReggimentoCol Moschin” e specialista d’Intelligence, già veterano in Iraq, Somalia, ex-Jugoslavia, Afghanistan e Sudan, considerato un’autorità nel suo campo. Autore del libro “Difesa comune europea e l’Intelligence“.

L’attività di intelligence è una parte fondamentale della strategia politica e militare di ogni singolo Stato. Gli Stati tuttavia, anche quando sono formalmente alleati o vengono uniti da una medesima agenda con obiettivi comuni in politica estera, mantengono interessi propri, oserei dire “peculiari”. Data la sua indiscussa esperienza, come crede si possa ovviare a questo conflitto tra interessi, e tra sovranità nazionale e sovranazionale, nel quadro di una Difesa comune europea e di una intelligence comune a livello di Difesa europea?

“L’interesse nazionale è prioritario anche su obiettivi comuni, anche nell’ambito della medesima missione e in regime di coalizione. È infatti noto e provato che nelle missioni militari congiunte, come ad esempio Isaf in Afghanistan, ogni contingente mantiene e si riserva di osservare interessi propri, secondo il mandato e la politica nazionale che ha sempre la precedenza. Non lo definirei conflitto tra interessi, sono tratti di differenziazione da considerare intrinsechi alla collaborazione anche in strutture congiunte, come ad esempio accadeva alla Special Operation Forces Fusion Cell in Afghanistan: una struttura Nato che si occupava di intelligence specifico per le Forze Speciali di cui tuttavia si individuavano e gestivano, interessi, mandati e modalità operative anche molto diversi. È facile immaginare come i mandati delle forze anglo-americane fossero diversi da quelli tedeschi o italiani, tuttavia la struttura funzionava. Fornendo ottimi risultati e dimostrandosi essenziale anche quale struttura di coordinamento”. 

Quindi esistono già dei precedenti?

“L’intelligence militare congiunto è una realtà in ambito Nato, che, partecipata da elementi e strutture di tutti i Paesi dell’alleanza, produce e qualifica materiale intelligence secondo classifiche di segretezza proprie. Un’intelligence militare in strutture partecipate potrebbe essere considerato anche nell’ambito dell’Unione Europea, dove al netto di politiche estere differenziate, la difesa da minacce esterne è nell’interesse comune. È infatti piuttosto singolare che nell’Ue si sollevino dubbi e problematiche su una eventuale intelligence comune mentre alla Nato e dagli stessi paesi europei il concetto è accettato e funziona da svariati decenni”.

E per quanto riguarda la questione della “sovranità” in relazione all’attività di Intelligence?

“Così come avviene in ambito Nato, in Ue la questione della sovranità non dovrebbe essere messa in discussione. Ogni stato deve mantenere e manterrà la sua. Ciò è logico. L’Unione Europea non è un soggetto geopolitico pieno, non ha territorio, non ha costituzione e soprattutto non è Patria.”

Quindi ci sono delle ulteriori differenze..

“Sì, la differenza fra la forza geopolitica della Nato e l’influenza dell’Ue è la mancanza di una forza militare coordinata e per estensione, di capacità di produrre intelligence proprio e focalizzato sui propri interessi. Le strutture dell’Ue come accade nella Nato, non devono essere concepite in sostituzione alle nazioni, ma potrebbero costituire piattaforme di partecipazione e collaborazione per uno sforzo coordinato, individuando strategie comuni e piani di sviluppo comuni.

Allo stesso modo l’Unione Europea, non essendo un organo sovranazionale, non può perseguire una politica estera piena ma solo per il tratto relativo agli interessi targati Ue, ecco perché la difesa in termini di integrità e sicurezza degli Stati Ue, per superare l’impasse generato dalla differenziazione degli interessi nazionali in politica estera, dovrebbe essere trattata separatamente dall’azione esterna quindi dall’European External Action Service.

In caso, l’intelligence comune rimane e costituisce una base assolutamente necessaria se i decisori politici, siano essi UE o nazionali, vorranno avere un quadro completo e di scala continentale. Capire cosa accede e decidere cosa sia meglio fare è una responsabilità che deve essere supportata da informazioni certe. Altrimenti l’Ue dovrà continuare a fidarsi dell’intelligence di seconda mano, proveniente dalla Nato, dagli Usa, dal Regno Unito. Sarà come guardare il mondo indirettamente riflesso nell’acqua e nel caso partecipare o accodarsi a strategie pensate da altri”.  

Ci sono delle informazioni che non possono essere condivise, oppure si può condividere tutto?

“La risposta è nella domanda, certo ipotizzando un ambito comune occorrono protocolli e regole ma di fatto avviene già in organi internazionali, nelle coalizioni e nelle missioni militari congiunte. Tuttavia occorre fare delle considerazioni, anche in alleanze solide e provate non mancano differenziazioni e problematiche, ad esempio la Nato vede la predominanza degli Stati Uniti che di fatto selezionano e distribuiscono le informazioni secondo i loro interessi, senza dimenticare la precedenza dell’inner circle dei Five Eyes, i paesi anglofoni vincitori della Seconda Guerra Mondiale: Usa, Regno Unito, Canada, Australia, Nova Zelanda, nessuno di questi facente parte dell’Ue.  

Quindi per rispondere alla domanda ci sono informazioni che altri come ad esempio i Five Eyes, detengono o filtrano prima di condividerle, allo stesso modo fanno gli Stati Uniti con la Nato e ogni paese fa nei confronti delle strutture multinazionali in cui partecipa”.

Possiamo guardare alla comunità di intelligence dell’anglosfera nota come i “Five Eyes” come un esempio da seguire a livello europeo?

Gli obiettivi di una eventuale intelligence Ue, in particolare di un’intelligence militare sarebbero focalizzati sulla difesa comune. I Five Eyes sono un club d’intelligence ristretto che sviluppa e si coordina su interessi comuni anche sul piano globale, quindi politiche estere e militari che sarebbero inattuabili per l’Ue.

Quindi il concetto iniziale è differente, tuttavia lo sviluppo di strutture proprie quindi esclusive Ue, è sicuramente uno degli obiettivi perseguibili da una intelligence comune. Da considerare inoltre che se la Nato è “incrociata” dai Five Eyes, potrebbe esserlo anche da un club di intelligence dell’Unione Europea.

Verosimilmente un interlocutore Ue quantomeno per dimensioni, avrebbe più forza all’interno della Nato di quanto ne ha un singolo Stato, soprattutto se di taglia europea. Contare di più nella Nato dovrebbe essere un obiettivo dell’Ue e un interesse comune degli Stati nazionali“.

Dal suo punto di vista di operativo ed esperto d’intelligence, sarà un processo attuabile?

Certo realizzare una intelligence militare comune presenta delle complessità, non per questo non si può prevedere svilupparla per gradi e secondo obiettivi intermedi, tecnicamente vi sono delle ingegnerie che si possono applicare, ad esempio l’Intelligence Fusion, un modus operandi che può utilizzare modelli che non prevedono la raccolta informativa diretta, lasciando che tale espressione operativa continui a essere svolta dalle intelligence militari dei paesi contributori del progetto.

Tenuto anche in conto che l’Ue ha già potenzialità proprie da poter mettere a fuoco in strutture intelligence comuni, come ad esempio per lo spazio con l’European Union Satellite Centre (EU SatCen) che potrebbe già costituire uno strumento per la raccolta diretta di intelligence. Con un po’ di coraggio e competenza l’Ue potrebbe anche “esistere”.

Le nostre agenzie di informazione per la sicurezza interna ed esterna sono note per la loro esperienza e per la loro efficienza, tuttavia negli ultimi mesi alcuni casi noti – uno tra tutti il caso Almasri – hanno sollevato dibattiti nell’opinione pubblica che ha lamentato un pasticcio senza essere, come di consueto accade, al corrente o all’altezza dei fatti. A suo parere il nostro l’apparato del nostro Paese è pronto per inserirsi in una comunità d’intelligence europea? E ne sarà tassello indispensabile o accessorio?

“Per quanto riguarda il caso Almasri occorrerebbe individuare le responsabilità dell’operazione in particolare di quanto successo all’aeroporto di Tripoli dove il controllo ricade sui libici non sugli operatori italiani, tuttavia è un fatto che ciò che è accaduto ha scoperto il fianco a dibattiti e strumentalizzazioni, una eventualità che i Servizi, siano questi italiani o libici, dovrebbero monitorare. Si può ipotizzare uno scollamento fra i nostri Servizi e la controparte libica, forse avrebbero  potuto accertarsi che all’aeroporto di Tripoli tutto fosse in linea e sicuro sotto il profilo della riservatezza, non mancano certo gli assetti nazionali in Libia visto che è un Pese di diretto interesse per la nostra sicurezza. Personalmente lo definirei un caso di lesson learnt.

L’intelligence militare italiana si può definire in strutture di eccellenza come il Centro Intelligence Interforze (C.I.I.) del Ministero della Difesa, una realtà nata nel 1997 che si è sviluppata secondo concetti moderni di intelligence coordinata e integrata su basi interforze e con protocolli interagenzia vista la sua collaborazione con l’AISE. Essa può essere considerata una realtà che, inserita in contesti internazionali oltre ad operare all’interno della Nato, nel tempo ha già fatto esperienza nei vari contesti multinazionali delle missioni all’estero. Partendo da questi presupposti, non solo non avrebbe difficoltà ad inserirsi in eventuali contesti Ue, ma ne costituirebbe una portante essenziale

L’intelligence militare italiana è sicuramente in grado di assumere ruoli di rilievo in ambito comunitario, altrettanto sicuramente ne costituirebbe un presidio indispensabile, visto il peso dell’Italia in ambito UE, la sua posizione geografica, le sue capacità militari e industriali”. 

Quindi possiamo affermare che l’intelligence militare giocherebbe un ruolo importante in questa comunità?

“L’intelligence militare assumerebbe un ruolo guida nella difesa comune europea a partire dalla sua definizione iniziale, supportandone poi il processo di sviluppo fino alla progressiva operatività. Senza intelligence che individua gli obiettivi da perseguire e supporta i decisori politici e di vertice su come e cosa fare per realizzare uno strumento di difesa, come verrebbero prese le decisioni? Ad oggi la dirigenza Ue non ha brillato nelle strategie e nelle decisioni che ha preso, spesso tardive e quasi sempre clonate da altri. L’Ue si muove come un gigante cieco”.  

Le chiedo l’azzardo di una previsione. Secondo lei quali sono o saranno i principali avversari o attori internazionali da monitorare nei futuri scenari che focalizzeranno l’attenzione di una Divisione Intelligence di una futura Difesa comune europea?

“Occorre immaginare una linea di confine geografico che parte a Nord dalle isole Svalbard, corre verso Sud attraversando il Mare di Barents prosegue in terra lambendo la penisola scandinava, le Repubbliche baltiche, l’Europa dell’Est, il Mar Nero, mantenendo un occhio sui Balcani, per proseguire per il Medio Oriente e tutta la sponda Sud del Mediterraneo, che proprio in questi giorni sta riesplodendo.

L’Ue confina a Est con interlocutori di scala mondiale come la Russia, che tuttavia occorre tenere presente, non ci ha dichiarato guerra, quindi bando ad allarmismi, per proseguire Est – Sud da regioni in perenne caos come appunto Balcani, Medio Oriente e Nord Africa, di cui i Paesi più esposti dell’UE sono Grecia, Italia, Francia e Spagna con estensioni a Slovenia e Croazia. Se l’Ue se vorrà avere un senso e non mettere a rischio la sua stessa esistenza dovrà garantire la propria sicurezza in modo concreto e strutturato e soprattutto autonomo, correre dietro gli eventi secondo strategie e decisioni prese da altri potrebbe non essere più sostenibile a breve. L’Ue potrebbe diventare non più attraente per gli Stati nazionali che per forza maggiore potrebbero decidere di correre da soli o comunque marginalizzare le opportunità dell’Unione Europea”.

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