Il mercato dei capitali europeo si va consolidando, ma per avere un’equivalente della struttura finanziaria in campo in Paesi come gli Stati Uniti e la Cina per sostenere con grandi attori finanziari l’economia reale, l’innovazione, lo sviluppo dei propri sistemi produttivi. Nel caso delle due grandi potenze, Usa in primis, il peso delle istituzioni finanziarie garantisce risorse e capitali di rischio alle aziende che intendono lanciarsi in progetti ambiziosi (a Washington) o contribuisce ad alimentare il ciclo del credito per progetti d’interesse pubblico (Cina).
La sfida dei mercati dei capitali per l’Europa
L’Europa resta indietro, con mercati dei capitali molto frammentati e dimensioni delle istituzioni finanziarie ancora non adatte alle grande ambizioni economiche che stanno emergendo. E al contempo, è ancora ridotta la mobilitazione degli elevati risparmi dei cittadini del Vecchio Continente verso prodotti finanziari volti a coniugare lo sviluppo concreto del blocco europeo e i suoi interessi strategici di lungo termine.
Il problema sta venendo affrontato da governi e operatori, consci che in tempi di guerre commerciali, necessità di nuovi stimoli alla crescita europea e crescente competizione la sfida di rafforzare e consolidare i mercati dei capitali dell’Europa non sia più rinviabile nella scala delle priorità.
La corsa delle banche europee e i ritardi col resto del mondo
Nelle scorse settimane molte novità sono emerse sul fronte della ricerca di soluzioni al problema della sottocapitalizzazione degli istituti europei e della necessità di un consolidamento tra banche e altre strutture finanziarie a livello transfrontaliero per rendere più interdipendenti e solide. Tale processo ha avuto al centro l’Italia, con l’attivismo di Unicredit in Germania per scalare con forza Commerzbank e la saldatura tra Generali e il colosso francese Natixis per creare un campione del risparmio gestito capace di maneggiare 1.800 miliardi di euro di asset. La spinta al risiko bancario si è allargata alla Spagna con la proposta d’acquisto di Bbva su Sabadell che ha animato il mercato.
Le banche europee sono relativamente solide nella buriana globale. Ma scontano ancora gap di capitalizzazione. Tra le prime dieci banche al mondo per capitalizzazione 5 sono americane, 4 cinesi e una britannica, la prima dell’Europa continentale è la spagnola Santander, che capitalizza 114 miliardi di dollari ed è diciannovesima al mondo. Per fare un paragone, JpMorgan Chase, prima al mondo, ne vale 738, Bank of America sfiora i 337, la Cinese Icbc è a 332, la britannica Hsbc a 205, Hdfc, la prima banca indiana, è valutata 183 miliardi di dollari.
Bnp Paribas (francese, 100 miliardi di dollari di valore), Intesa San Paolo (98 miliardi), Unciredit (96,5) e Bbva (86 miliardi) completano i primi cinque posti europei, ma bisogna aggiungere Ing (olandese, 63 miliardi), la Caixa Bank di Barcellona (59 miliardi), la transalpina Credit Agricole (58,5) e la tedesca Deutsche Bank (54) per raggiungere un valore che superi, di poco, quello di Jp Morgan, che capitalizza dunque circa come i primi nove istituti europei sommati.
La sfida della frammentazione
C’è ancora molto da lavorare, anche se la direzione sembra quella giusta: meno istituti, più solidi, più in grado di competere, con economie di scala interne e strutturate a livello transfrontaliero. Una linea operativa che Mario Draghi ha ricordato a settembre nel suo rapporto sulla competitività europea. L’ex presidente del Consiglio, nel discorso recente di Coimbra, ha ricordato che per effetto della scarsa capacità operativa dei mercati “dal 2015 al 2022, le grandi società quotate europee hanno registrato un tasso di rendimento del capitale investito inferiore di circa 4 punti percentuali rispetto alle loro omologhe statunitensi”. E qui veniamo al secondo punto: gli sforzi per rompere le barriere di mercato agli operatori a livello continentale.
Per Draghi “l’assenza di un asset sicuro comune” a livello europeo come possono essere i T-Bond Usa è un problema da sanare per “rendere i mercati dei capitali più profondi e liquidi, creando un circolo virtuoso tra tassi di rendimento più elevati e maggiori opportunità di finanziamento”. Luis de Guindos, vicepresidente della Bce, nell’ottobre scorso chiedeva “innovazione, investimenti e integrazione” per superare il problema della frammentazione dei mercati, spingendo alla nascita di più operatori di venture capital europei, di asset collettivi del Vecchio Continente per costruire un mercato europeo con prodotti di riferimento e rompere le barriere che impediscono al risparmio di scendere in campo al di fuori dei singoli confini nazionali.
Rompere le barriere
Il Financial Times sottolinea che a tal proposito la Commissione Europea sta lanciando l’iniziativa dell’Unione dei risparmi e degli investimenti (Siu, Savings and investments union) per “superare il panorama frammentato della finanza europea, divisa tra sistemi nazionali con variegate norme, regolatori, culture d’investimento”, garantire “un accesso più agile ai mercati pubblici per le piccole compagnie che cercano risorse” e “contenere i flussi extraeuropei di capitali che la Bce stima pari a 300 miliardi di dollari l’anno solo verso gli Usa”.
In sostanza, la sfida per l’Europa è triplice. Servono: istituzioni finanziarie più solide e concentrate, integrate in maniera transfrontaliera, per reggere la competizione globale; mercati dei capitali più fluidi e orientati al mercato; capacità di produrre innovazione per evitare che il denaro esca in forma massiccia dal blocco, a scapito della competitività del blocco. Una sfida strategica e di sistema a cui, però, esistono poche alternative in tempi incerti per lo sviluppo del Vecchio Continente. Le mosse ci sono: dai fatti che produrranno, le si giudicherà.
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