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Guerra

Gli Emirati Arabi Uniti sono complici nel genocidio in Sudan: ecco le prove

Negli ultimi anni, il Sudan è stato teatro di uno dei conflitti più complessi e sanguinosi dell’Africa, con le Forze di Supporto Rapido (RSF) protagoniste di violenze estese e accuse di crimini contro l’umanità. Le RSF, originariamente formate come una...

Negli ultimi anni, il Sudan è stato teatro di uno dei conflitti più complessi e sanguinosi dell’Africa, con le Forze di Supporto Rapido (RSF) protagoniste di violenze estese e accuse di crimini contro l’umanità. Le RSF, originariamente formate come una milizia paramilitare sotto il comando di Mohamed Hamdan Dagalo (conosciuto come Hemedti), si sono successivamente affermate come una forza significativa nella politica sudanese tanto da arrivare, in pochi mesi, ad annunciare un nuovo governo parallelo. Negli ultimi tempi, numerosi rapporti investigativi e analisi hanno portato alla luce un presunto coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti (EAU) nel supporto alle RSF. Questo articolo esaminerà in profondità le prove, i contesti geopolitici e le implicazioni di tale supporto.

Le prove del supporto militare: un flusso costante di armi

Una delle accuse più gravi mosse contro gli EAU riguarda la fornitura di armamenti alle RSF. Fonti attendibili, tra cui Amnesty International, rapporti delle Nazioni Unite e indagini giornalistiche, indicano che Abu Dhabi avrebbe inviato armi alle forze paramilitari sudanesi attraverso rotte che includono il Ciad e la Libia. In particolare, l’uso dell’aeroporto di Amdjarass, nel nord del Ciad, è stato documentato come un punto di transito chiave.

Almeno 86 voli cargo dagli EAU sono atterrati ad Amdjarass, in Ciad, vicino al confine sudanese, trasportando casse sospette, identificate come potenziali munizioni.

Un investigatore ONU ha dichiarato che, secondo ricerche fatte da loro sul campo e su immagini open source, la forma delle casse suggerisce il trasporto di armi piuttosto che aiuti umanitari, contrariamente a quanto affermato dagli EAU. Gli Emirati, pur negando il supporto armato alla RSF, hanno rivendicato l’invio di voli umanitari.

Tra le armi ritrovate sul campo vi sono droni cinesi modello Wing Loong, munizioni a marchio Yugoimport e fucili d’assalto AK-103, riconducibili a forniture emiratine. La scoperta è stata documentata in video e immagini diffusi online da Clash Report.

Uno degli aspetti più controversi del supporto militare alle RSF riguarda la presenza di armi europee, in particolare proiettili di mortaio di fabbricazione bulgara. Un’approfondita indagine di France 24 ha documentato come questi armamenti, prodotti dalla società statale bulgara VMZ, siano stati rinvenuti sul campo di battaglia in Sudan.

Secondo il report, i proiettili sono identificabili tramite i numeri di serie impressi sui bossoli, i quali indicano chiaramente la produzione bulgara. La catena di distribuzione delle armi segue un percorso complesso: VMZ (azeinda bulgara) esporta i proiettili tramite intermediari che includono aziende mediorientali, alcune delle quali con sede negli Emirati Arabi Uniti. Una volta giunte negli EAU, queste armi sarebbero state redistribuite alle RSF attraverso canali non ufficiali.

L’indagine di France 24 ha raccolto testimonianze di esperti in armamenti che confermano l’elevata probabilità che gli EAU abbiano trasferito parte delle loro forniture militari alle RSF. Un ex funzionario della difesa ha sottolineato che tali trasferimenti violano gli accordi internazionali sulle esportazioni di armi, considerando che la Bulgaria non ha autorizzato l’uso di queste munizioni nel conflitto sudanese.

Oltre al supporto diretto di armi, vi è il sospetto che gli EAU abbiano messo a disposizione delle RSF una rete logistica sofisticata e diffusa. Le rotte coinvolgerebbero la Libia, dove il generale Khalifa Haftar, alleato di Abu Dhabi, controlla diverse basi aeree. Da qui, si ipotizza che armi e mezzi logistici vengano trasportati nel Sudan tramite rotte che attraversano il Ciad e la Repubblica Centrafricana lo racconta African Arguments.

L’oro come valuta della guerra

Una delle principali fonti di finanziamento delle RSF è il commercio di oro. La compagnia aurifera Al Gunade, di proprietà della famiglia di Hemedti, esporta oro dagli impianti di estrazione in Darfur e Kordofan verso gli Emirati Arabi Uniti. L’oro, una risorsa critica per finanziare l’acquisto di armi e mantenere i combattenti, viene raffinato ad Abu Dhabi, trasformandosi in valuta.

Fonti locali e investigazioni internazionali suggeriscono che molti combattenti delle RSF feriti vengano trattati presso strutture mediche militari ad Abu Dhabi, in particolare presso l’ospedale militare Zayed. Questo aspetto, apparentemente marginale, evidenzia la portata del supporto logistico emiratino, che va ben oltre la mera fornitura di armi.

La motivazione principale del coinvolgimento dell’EAU è strategica: consolidare la propria influenza nel Corno d’Africa e garantire accesso privilegiato alle risorse sudanesi, in particolare l’oro e la terra agricola. Inoltre, il controllo di porti strategici sul Mar Rosso è visto come un asset fondamentale per gli Emirati Arabi Uniti.

Il coinvolgimento degli EAU non è passato inosservato sul piano diplomatico, dopo mesi di continue prove open source diffuse online. Il Sudan ha presentato un caso alla Corte Internazionale di Giustizia, accusando Abu Dhabi di violazioni dei diritti umani e di sostenere una milizia responsabile di crimini di guerra. Tuttavia, la ICJ ha stabilito che, nonostante UAE riconoscono la Corte, la ICJ non è in grado di poter intervenire legalmente.

Mentre la guerra in Sudan prosegue, la comunità internazionale continua a chiedere trasparenza e responsabilità di un sempre più evidente ruolo emiratino nelle migliaia di morti sudanesi che la guerra lascia dietro di sé.

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