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Criminalità

Siria, con gli uomini di Al-Jolani decine di rapimenti di donne alawite ogni giorno

L'orrore dei rapimenti e schiavitù sessuale subiti dalle donne alawite in Siria sotto il governo di Al jolani riflette le pratiche dell'ISIS.

Da dicembre, una nuova ondata di violenza si è infranta sulla Siria, frutto del rovesciamento del Governo di Bashar al-Assad da parte di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), l’ex gruppo affiliato ad Al-Qaeda. Un elevato numero di rapimenti di giovani donne ha coinvolto il Paese, riportando alla luce le sofferenze mai sopite della guerra. Il bersaglio principale? Le donne alawite. Se ne parla poco, ma i rapimenti, di cui ormai sono vittime centinaia di giovani, sono il prodotto di un sistema che, in qualche modo, richiama la memoria di atrocità passate.

Le vittime, prevalentemente donne alawite, vengono catturate e condotte a Idlib, dove sono costrette a vivere in condizione di schiavitù sessuale. Le milizie armate che si occupano di questo traffico umano sono affiliate al nuovo governo di fatto imposto da HTS, che ha preso il controllo della regione. Quello che oggi accade a Idlib richiama un passato che appariva remoto, ma che si rivela, in realtà, inquietantemente prossimo. Nel 2014, sui monti di Sinjar, in Iraq, l’ISIS perpetrò un genocidio contro la comunità yazida. Migliaia di uomini furono uccisi, e oltre 6.000 donne e bambine furono rapite, vendute come schiave, sottoposte a violenze atroci e a un sistema di schiavitù sessuale codificato da pseudo-fatwe. Molte di loro, ancora oggi, risultano disperse o portano addosso i segni di quei crimini. Oggi, in Siria, la sorte delle donne alawite sembra ricalcare lo stesso scenario. Sequestrate come bottino di guerra, private di ogni diritto, trasformate in merce di scambio. Se nel caso delle yazide l’ISIS utilizzò la violenza sessuale come strumento di pulizia etnica, oggi il modus operandi delle milizie di Idlib appare meno ideologizzato ma ugualmente selvaggio.

La violenza sulle minoranze

Gli eventi di Idlib, infatti, non destano sorpresa, considerando la derivazione ideologica di HTS. Fondata dall’ISIS nel 2011 con la denominazione di Al-Nusra Front e guidata da Abu Mohammad al-Jolani, ora noto come Ahmad al-Sharaa, la fazione ha sempre condiviso una visione genocida analoga a quella dei suoi predecessori. La sua ascesa in Siria nel 2015, sostenuta dai missili TOW forniti dalla CIA, ha sancito l’inizio di una serie di atrocità che, a distanza di anni, continuano a colpire le minoranze. L’influenza dell’ISIS, sebbene ufficialmente interrotta con lo scontro del 2014, è rimasta intatta. Non a caso, quando Abu Bakr al-Baghdadi, il “califfo” dell’ISIS, autore materiale e ideologico del genocidio yazida, fu ucciso nel 2019, si trovava a Barisha, a breve distanza da Sarmada, proprio nel territorio controllato da HTS. Questa circostanza geografica non appare casuale, dimostrando come, malgrado rivalità superficiali, le due organizzazioni condividano non solo un retroterra ideologico estremista, ma anche reti logistiche e aree di influenza.

Nel 2014, Sam Heller, analista siriano, aveva descritto la posizione dei religiosi di Nusra come promotrice di un “settarismo tossico, persino genocida” nei confronti degli alawiti, fondato sugli insegnamenti di Ibn Taymiyyah, uno studioso islamico medievale che giustificava la violenza contro le minoranze. Ma, negli ultimi mesi, la situazione è peggiorata oltre ogni previsione. I rapimenti di donne alawite ora sono un fenomeno diffuso. Ne è un esempio il caso di Karolis Nahla, giovane donna drusa di Damasco, scomparsa il 2 febbraio 2024 mentre si recava all’università. Non è stata avanzata alcuna richiesta di riscatto, e da allora non si hanno più sue notizie. Il suo caso è stato uno dei primi a suscitare ampia attenzione, ma certamente non l’unico.

Decine di casi al giorno

Nei giorni successivi, la scomparsa di Bushra Yassin Mufarraj, madre di due figli, ha ulteriormente accentuato il clima di terrore. Sottratta dalla stazione degli autobus di Jableh, il marito ha diffuso un video disperato sui social media. In esso, denunciava il rapimento della moglie e la sua probabile destinazione a Idlib: “Mia moglie è stata fatta prigioniera a Idlib. Esiste un’esperienza più crudele per un uomo? La madre dei miei figli è lontana, soggetta a una violenza inimmaginabile”.

Il 25 marzo, l’agenzia curda Jinha riferiva che oltre cento persone, molte delle quali donne, erano state rapite nelle aree costiere della Siria. Si trattava di sequestri organizzati e mirati, documentati solo in parte. Ne sono esempi i casi di Katia Jihad Qarqat, ventunenne scomparsa il 5 aprile, o della giovane Sima Suleiman Hasno, sequestrata l’8 aprile e rilasciata quattro giorni dopo da membri del governo siriano legati a HTS. La mattina del 16 aprile, Aya Talal Qassem, ventitré anni, è stata rapita dopo aver lasciato la propria abitazione nella città costiera di Tartous. Tre giorni dopo, il suo sequestratore l’ha rilasciata e condotta a Tartous, sull’autostrada per Homs, dove è stata arrestata dalla Procura Generale guidata da HTS. La madre di Aya ha diffuso un video sui social media nel quale ha spiegato che alla sua famiglia non era stato concesso di assisterla durante la detenzione e che il padre era stato arrestato per aver insistito nel volerla vedere. Stando alle dichiarazioni della madre la Procura Generale ha tentato di costringere Aya a testimoniare, sostenendo che non era stata rapita, ma che era fuggita con un amante.

Questi rapimenti sono solo alcuni delle decine di episodi che quasi quotidianamente vengono riportati dai media attivi nella regione. Le donne alawite appaiono come il nuovo obiettivo di una macchina che, con la pretesa di liberazione, instaura un regime di violenza settaria. Le folle che, in seguito alla caduta di Assad, celebravano nelle piazze l’ascesa di Julani avrebbero dovuto riconoscere che dietro quella parvenza di “liberazione” si celava un’altra forma di crudeltà. Il significato della “libertà” imposta da HTS si è presto rivelato nella sua essenza come un nuovo capitolo di violenza. Non sorprende che le donne rapite siano trattate come oggetti di un conflitto che non si è mai fermato. La memoria collettiva sembra essere obliterata, ma non è mai tardi per ricordare.

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