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Cina, i giganti del tech fanno sistema per spingere il mercato interno

I dazi Usa chiudono lo spazio al predominio dell’export nel contesto dell’economia cinese? Le Big Tech di Pechino non si fanno sorprendere e provano a reagire spingendo sul mercato interno come leva per permettere alle aziende nazionali e al sistema...

I dazi Usa chiudono lo spazio al predominio dell’export nel contesto dell’economia cinese? Le Big Tech di Pechino non si fanno sorprendere e provano a reagire spingendo sul mercato interno come leva per permettere alle aziende nazionali e al sistema di resistere a una contingenza difficile. In campo ci sono tutti i colossi dell’e-commerce, dell’advertising, della gestione di servizi online, che stanno aumentando investimenti e operazioni per far del consumo interno un traino per l’economia nazionale.

La sfida delle Big Tech per alimentare la produzione interna

Baidu, che gestisce i maggiori motori di ricerca cinesi, ha offerto spazi inserzionistici gratis per un milione di aziende durante gli eventi in streaming, JD.com ha dichiarato che spenderà l’equivalente di oltre 25 miliardi di dollari per rifornire i suoi negozi virtuali di prodotti cinesi per depotenziare gli effetti dell’offensiva doganale americana, che ha spinto le tariffe su molti beni made in China in tripla cifra, al 125%, e almeno 13 saranno analogamente messi sul piatto da Pinduoduo, proprietaria di Temu.

Secondo quanto nota il Financial Times, la risposta più strutturata viene dal colosso tecnologico per eccellenza della Cina, Alibaba, che non ha solo promesso investimenti ma spinto anche per un cambio di paradigma di mercato in risposta ai dazi.

L’azienda fondata da Jack Ma, sottolinea il Ft, si muove su ogni fronte: “Alibaba ha istituito una task force per l’approvvigionamento di beni dagli esportatori in oltre 10 province della Cina”, e in particolare “Taobao e Tmall, i suoi marketplace di e-commerce, hanno promesso di offrire commissioni più elevate e una maggiore visibilità sulle loro piattaforme per incoraggiare almeno 10.000 esportatori a vendere 100.000 articoli”. La spinta ai consumi interni e alla creazione di filiere viene plasmata grazie al capitalismo politico cinese, che si sobbarca i costi per gli investimenti con l’obiettivo di ristrutturare il mercato in cui gli Usa potrebbero non giocare lo stesso peso di ieri.

Consumi e export

Del resto, il trend dell’economia cinese da tempo va nella direzione della sostituzione dell’export con i consumi come leva della crescita. Nel 2012 l’export rappresentava il 25% del Pil cinese, nel 2023 si era scesi al 19,7%. Nel 2023 i consumi rappresentavano invece oltre il 55% del Pil, ma quelli privati erano fermi poco sotto il 40% contro il quasi 69% degli Usa. Con piani di stimolo finanziario, investimenti e nuove ingegnerie economiche, Pechino vuole gradualmente spostare il focus della crescita verso la domanda interna.

I dazi di Trump non impongono una nuova strategia. Ma nei fatti accelerano, con la giustificazione emergenziale, un processo in atto da tempo: spostare in mano ai cittadini cinesi la capacità di “finanziare” il reddito nazionale, e dunque far circolare i salari nell’economia, è qualcosa che alla Cina serve per fare il salto definitivo tra le grandi economie. E potrebbe essere la guerra commerciale ad accelerare il processo.

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