Siamo venuti qui per “iniziare a confrontarci sulle linee generali più specifiche su cosa sia necessario per porre fine alla guerra” ucraina e se questa sia una guerra a cui si può porre fine o meno. Così il Segretario di Stato americano Marco Rubio a margine del summit dei “volenterosi” europei (Germania, Francia, Gran Bretagna) al quale ha partecipato insieme all’inviato di Trump Steve Witkoff.

“Se ciò non è possibile, se siamo così distanti [da ucraini e gli europei] da rendere impossibile che ciò avvenga, allora ritengo che il presidente arriverà probabilmente al punto in cui dirà che abbiamo chiuso”, ha aggiunto. E, ancora più assertivo, ha concluso: “Non è la nostra guerra. Non l’abbiamo iniziata noi. Gli Stati Uniti hanno aiutato l’Ucraina negli ultimi tre anni e vogliamo che finisca, ma non è la nostra guerra”.
Lapidario, Rubio, che in questo modo ha messo i “volenterosi” e Zelensky con le spalle al muro. Se vorranno proseguire la guerra, dovranno farlo da soli, cosa che aggiungerebbe follia a follia. Finito il summit, Rubio ha chiamato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, al quale ha dato conto dell’esito dell’incontro, con quest’ultimo che ha confermato che “Mosca è pronta a continuare la collaborazione con Washington” (Reuters).

I missili Taurus e la guerra di Biden
Tornando alla follia che sta dilagando in Europa, essa è evidenziata anche dalle recenti dichiarazioni del prossimo Cancelliere tedesco Friedrich Merz, che si è detto pronto a fornire a Kiev i missili a lungo raggio teutonici Taurus.
Dichiarazioni alle quali la Russia ha reagito tramite la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, la quale ha affermato che il suo Paese considererà gli attacchi di questi ordigni al proprio territorio come «una partecipazione della Germania alle ostilità, con tutte le conseguenze che ciò comporta». Ciò anche perché «è impossibile lanciare questi missili da crociera senza l’assistenza diretta dei militari delle forze armate tedesche».

Detto questo, un cessate il fuoco resta avvolto nell’incertezza. Troppe le pressioni di segno contrario. Né è possibile fermare/invertire tanto facilmente le dinamiche geopolitiche globali che hanno avuto come focus la guerra ucraina, un conflitto a partecipazione mondiale. I tempi della geopolitica, benché abbiano subito un’indubbia accelerazione, sono sempre di difficile gestione.
Intanto, però, Trump ha incassato: Kiev ha firmato un memorandum sullo sfruttamento delle risorse del sottosuolo ucraino da parte degli americani.
Una mossa che, secondo gli ucraini, avrebbe dovuto convincere l’America a proseguire sulla via intrapresa, ma si tratta di speranze mal riposte come dimostrano le affermazioni tranchant di Rubio. La nuova amministrazione Usa, infatti, considera tale accordo come qualcosa che non riguarda il futuro, ma il passato: si tratta cioè di ripagare l’America degli aiuti forniti finora.
Al di là di tali derive utilitaristiche alquanto brutali, con Kiev oltre che sedotta e abbandonata anche derubata, resta che Trump è davvero intenzionato a porre fine a questa guerra, sia perché vuole destinare le risorse americane ad altro, sia per non trovarsi a gestire una sconfitta strategica, dal momento che la vittoria dei russi è ormai destino manifesto, a meno di innescare una guerra mondiale in cui perderebbero tutti perché andrebbe sicuramente fuori controllo prendendo la forma di un conflitto termonucleare.
Continuando a ripetere che questa è “la guerra di Biden”, infatti, Trump addossa al suo senescente predecessore non solo la responsabilità del conflitto, ma soprattutto la sconfitta dell’America.
Ucraina: cambia la narrativa
Però, e al netto delle considerazioni di cui sopra, il distacco dell’Occidente dal conflitto inizia a percepirsi anche dai cambiamenti della narrazione ufficiale. Lo spiega Ted Snider in un articolo pubblicato su Antiwar nel quale scrive come l’articolessa del New York Times (di cui abbiamo dato contro in note pregresse), nel quale si ripercorreva l’impegno bellico Usa in Ucraina, avesse avviato una nuova linea narrativa sulla guerra.

L’articolo del NYT, infatti, spiegava non solo che l’impegno americano sul terreno era molto più profondo di quanto si diceva in pubblico, cosa peraltro alquanto ovvia, una rivelazione che mutava la natura del conflitto in una guerra per procura contro la Russia, ma soprattutto dettagliava come, nonostante la guida illuminata degli States, gli ucraini abbiano voluto fare di testa loro, da cui i rovesci del teatro di guerra.
Insomma, si trattava di attutire la caduta, spiegando che a perdere erano stati gli ucraini. Ora, all’articolo del Nyt si è aggiunto quello del Sunday Times che fa la stessa operazione declinata in salsa britannica, con gli inglesi impegnati a tutto tondo nel conflitto, tanto da essere considerati i veri “cervelli” della strategia ucraina, e gli ucraini a deviare dai loro stupefacenti consigli tattico-strategici.
“Sta emergendo uno schema ricorrente nei resoconti dei media occidentali sulla storia della guerra”, conclude Snider. “Non è l’Ucraina che ha fatto tutto il possibile e l’Occidente ad averla delusa inviando una quantità insufficiente di armi e ponendo limiti al loro utilizzo”.
“È l’Occidente che ha fatto tutto il possibile e l’Ucraina l’ha delusa non eseguendo gli ordini. L’articolo di marzo del New York Times ha aperto la strada e l’articolo di aprile del Sunday Times ne stabilisce lo schema. Lo scopo non dichiarato di tutte queste rivelazioni top secret che funzionari americani e britannici hanno deciso di condividere con la stampa sembra essere la preparazione dell’opinione pubblica occidentale alla sconfitta dell’Ucraina e a quanto accadrà dopo”.
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