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Politica

Usa-Iran, il negoziato resta in Oman: Trump ripesca gli accordi di Obama

Donald Trump ripesca gli accordi di Barack Obama per provare a chiudere un’intesa con l’Iran che abbia la possibilità di durare. Mentre si conferma che non ci sarà nessun intermezzo romano per il negoziato tra Stati Uniti e Iran sul...

Donald Trump ripesca gli accordi di Barack Obama per provare a chiudere un’intesa con l’Iran che abbia la possibilità di durare. Mentre si conferma che non ci sarà nessun intermezzo romano per il negoziato tra Stati Uniti e Iran sul nucleare, dato che il ministero degli Esteri di Teheran ha confermato che anche il secondo round si terrà in Oman, Washington cambia rotta rispetto alla dottrina della massima pressione e sostanzialmente dichiara di rinunciare alla totale denuclearizzazione della Repubblica Islamica. A confermarlo, nella serata di ieri, l’inviato Usa per il Medio Oriente Steve Witkoff, che a Fox News ha annunciato come la “completa denuclearizzazione” dell’Iran e lo “smantellamento del suo programma nucleare” non siano più l’obiettivo strategico dell’amministrazione Trump.

Le questioni critiche restano due: da un lato, il livello di arricchimento, dall’altro quella che Witkoff ha chiamato weaponization, ovvero la possibilità di rendere scalabile la tecnologia nucleare sino a poterla rendere effettivamente utilizzabile a fini militari. In altre parole: avere il livello teorico per l’arricchimento dell’uranio è una condizione necessaria ma non sufficiente per poter sdoganare un vero deterrente atomico, dato che a questo servirebbe aggiungere un programma missilistico e di gestione delle tecnologie di lancio di eventuali ordigni.

La riapertura all’accordo dell’era Obama

Witkoff indica che gli Usa sono disposti a concedere spazio all’Iran sul primo fronte a patto che le linee rosse non siano superate sul secondo. In sostanza si tratta di un recupero del Piano d’azione congiunto globale (Jcpoa) siglato a Vienna dall’Iran il 14 luglio 2015 assieme ai rappresentanti del P5+1 (il gruppo di nazioni che ha guidato i negoziati sul nucleare formato dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, a cui si è aggiunta la Germania) e dell’Unione Europea.

L’accordo i cui negoziati sono stati guidati dal ministro degli Esteri iraniano Mohammad Zarif e dal Segretario di Stato Usa John Kerry prevedeva che Teheran rinunciasse ad arricchire l’uranio oltre il 3,67%, ben lontano dalla banda d’oscillazione tra il 20 e il 60% a cui si è spinto, tagliasse di due terzi il numero di centrali a gas e decurtasse del 98% le sue riserve di uranio arricchito in un lasso di tempo di tredici anni. L’accordo, formalmente, è ancora in vigore ma ha perso di efficacia di fatto da quando Trump ha ordinato il ritiro americano nel 2018.

Si trattava di un accordo realistico, perché capace di contemperare le esigenze della non proliferazione nucleare con quelle del pragmatismo che permetteva all’Iran di continuare a fare uso dell’energia atomica per fini civili.

Non a caso l’accordo del 2015 suscitò l’ira di Benjamin Netanyahu, che attaccò duramente Obama per la sua scelta di aver riammesso l’Iran nel consesso internazionale. Dieci anni dopo, si torna al punto di partenza. Witkoff parla del 3,67% del Jcpoa e cita tale soglia come obiettivo negoziale, mentre “i funzionari israeliani si oppongono fermamente a questa posizione e rifiutano categoricamente di accettare l’esistenza di qualsiasi industria nucleare sul suolo iraniano”, nota Israel Hayom.

L’illusione israeliana dell’attacco all’Iran

Nei mesi scorsi, Netanyahu ha accarezzato più volte l’idea di un attacco al nucleare iraniano, a cui peraltro Israele ha provato ad aprire la strada colpendo nella Repubblica Islamica l’antiaerea di Teheran e aprendo la via ai suoi F-16 e F-35 per un’azione verso Est con lo smantellamento di ciò che restava dell’antiaerea siriana a dicembre. Gli Stati Uniti, con Joe Biden prima e Donald Trump poi, si sono opposti a un attacco all’Iran. Ora la via del realismo chiama alla riscoperta dell’accordo del 2015. Per negoziarlo, è difficile che l’Iran accetti di sedersi al tavolo con il Segretario di Stato Marco Rubio, repubblicano a lungo critico del Jcpoa e considerato un “falco” nei rapporti con la Repubblica Islamica. L’uomo per tutte le stagioni è Witkoff, che ha guidato i negoziati indiretti in Oman incontrando brevemente il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araqchi.

E in Oman resterà il 68enne immobiliarista di New York outsider della diplomazia che Trump ha scelto come ambasciatore parallelo e inviato speciale. Le grandi manovre sono in atto. Andando oltre il suo mandato formalmente riferito al Medio Oriente, Witkoff ha di recente incontrato il presidente russo Vladimir Putin a Mosca, sottolineando l’intersezione tra molte partite: l’Ucraina, su cui Usa e Russia si parlano, vale molto ma l’Iran è altrettanto importante. Forse la vera posta in gioco quando si tratta di Washington e Mosca.

Riscoprire il Jcpoa per pragmatismo

Su Teheran non si scherza: l’amministrazione Trump riscopre, senza dirlo, il piano di Obama rottamato per motivi ideologici nel 2018 preferendo dar di fatto ragione al presidente democratico che seguire Israele sul suo terreno. E anche a Teheran l’attenzione è alta. Un elenco dei titoli dei maggiori quotidiani iraniani nei giorni di inizio negoziato ripostato dallo storico e esperto di affari persiani Alessandro Cassanmagnago su X mostra la volontà della classe dirigente dell’Iran di chiudere una partita calda, ma di farlo senza cedimenti.

Servirà diplomazia umana, attenzione diplomatica e rifiutare ogni provocazione. Usa e Iran hanno aperto un canale diretto e Witkoff, riscoprendo di fatto il Jcpoa, esenta Trump dal dover fare dietrofront sull’affrettata uscita degli Usa dal patto nel 2018. Basterà a ricostruire la fiducia da tempo infranta tra due Stati divenuti arcinemici? Ancora presto per dirlo. Ma in Oman un negoziato c’è. E dopo anni di attesa vale la pena osservare come andrà a finire.

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