L’attacco russo della Domenica delle Palme a Sumy ha mostrato diverse problematiche legate alla capacità di resistenza ucraina contro la guerra d’aggressione del Paese limitrofo, ma anche alle possibilità di giungere prima o poi a una qualche forma di tregua. L’uccisione di 35 persone da parte di un missile Iskander lanciato dai russi ha suscitato dibattito: per Kiev si è trattato di un gesto deliberato, per Mosca l’obiettivo era un meeting di ufficiali. La certezza sono decine di morti e una percepita vulnerabilità dell’Ucraina mentre si prepara una primavera all’insegna dell’offensiva per i russi. E a esser messa alla prova sarà anche l’effettiva volontà dell’Europa di continuare a sostenere Kiev nel pieno del quarto anno di guerra.
Fino a poche settimane fa, i Paesi europei subivano il negoziato diretto russo-americano ma sostanzialmente agivano in un quadro che sembrava plasmato da Washington e Mosca, ipotizzando le “forze di rassicurazione” contro future aggressioni dopo un armistizio mediato da Donald Trump e Vladimir Putin. Con il summit del gruppo di contatto “Formato Ramstein” a Bruxelles di venerdì è emerso che la volontà di sostenere la guerra difensiva di Kiev è, per gli europei, più cogente di quella di dispiegare una forza di interposizione futura.
La strategia europea sull’Ucraina
Venerdì a Bruxelles sono arrivate promesse di sostegno a Kiev da parte dei Paesi europei della Nato per ulteriori 21 miliardi di euro di armamenti, pari a un terzo di tutti quelli inviati dagli Usa dal 2022 a oggi. “La promessa record di assistenza militare comprende 4,5 miliardi che il Regno Unito si è impegnato a stanziare per quest’anno, oltre ad altri 11 miliardi di euro dalla Germania”, Paese pronto a fare la parte del leone nell’assistenza, nota Politico.eu, segnalando come il segretario alla Difesa britannico John Healey “ha detto agli alleati che i loro sforzi di mantenimento della pace si concentreranno sulla fornitura di supporto aereo e marittimo, mantenendo al contempo la “pace sulla terraferma” con particolare attenzione all’assistenza alle forze armate ucraine, allontanandosi così dal discorso di inviare truppe di terra dai Paesi europei per salvaguardare la pace”. Il Financial Times aggiunge che il cancelliere tedesco entrante Friedrich Merz è inoltre pronto a concedere all’Ucraina gli agognati missili Taurus per attacchi a lungo raggio sul suolo russo finora negati da Olaf Scholz.
Da queste mosse si possono cogliere una serie di assunzioni chiare circa la politica estera degli europei verso la guerra in Ucraina. Primo punto: l’Europa non crede che la mediazione di Trump possa aver successo e si sta abituando all’idea di un sostegno prolungato. Secondo elemento: l’Europa e gli Usa stanno divaricando nettamente la loro posizione. The Donald si mantiene il più possibile in equilibrio, fa la faccia feroce con Putin paventando sanzioni se Mosca tira la palla in avanti ma non manca di incolpare Volodymyr Zelensky per “aver fatto accadere” ciò che ha portato alla guerra, come scritto oggi su Truth, mentre per gli europei il sostegno a Kiev va ribadito e rafforzato. Il terzo elemento è legato al fatto che la leadership anglo-tedesca del gruppo di contatto “formato Ramstein” per sostenere Kiev viene vista come il banco di prova per abituare l’Europa al nuovo coordinamento strategico sul riarmo.
Una strategia rischiosa
I corollari di queste prese di posizione sono chiari: l’Europa si prepara al momento della verità consapevole che in questa fase c’è la possibilità di rafforzare il sostegno a Kiev nell’ottica che i prossimi mesi restituiscano uno scenario favorevole al Paese invaso, dunque che le condizioni di trattativa a cui si può arrivare saranno migliori di quelle attuali, che alzare la posta nel negoziato russo-americano blindando Kiev sia la soluzione giusta, che Mosca sia il rivale strategico da cui guardarsi. Assunzioni forti: a oggi casi come quello di Sumy mostrano la fragilità dell’Ucraina, a cui si aggiungono una ridotta tenuta del fronte interno e diversi dubbi sul fatto che le capacità europee in vari domini, dall’intelligence alla logistica, possano supplire a eventuali accorciamenti delle linee americane.
I Paesi europei puntano a far sì che nell’offensiva di primavera la Russia subisca quel logoramento spesso imposto agli ucraini nelle campagne del 2023 e del 2024 e che contingenze favorevoli, dalla riduzione delle entrate energetiche a un rilancio della capacità difensiva ucraina a Pokrovsk e nel resto del Donbass, inchiodino Mosca. Quanto questo risponda a una realistica lettura del conflitto è tutto da dimostrare. Ma la certezza è che l’Europa ha scelto la sua strada: la pace che pensa per l’Ucraina non è quella della trattativa Mosca-Washington. E si sta attrezzando per le evenienze del caso.
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