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Politica

Armi, diplomazia, geopolitica: perché la Turchia alza la posta con gli Usa

Armi, diplomazia, geopolitica: perché la Turchia alza la posta con gli Usa e cosa faranno Ankara e Washington.

C’è un leader, che più di tutti nel mondo Donald Trump al tempo stesso ammira e invidia, più ancora del presidente russo Vladimir Putin: Recep Tayyip Erdogan. Il Presidente turco è decisivo in diversi scacchieri geopolitici e dal suo secondo insediamento The Donald non ha mancato di ammiccare più volte nei suoi confronti.

La grande strategia turca e gli obiettivi di Washington

Trump ha mostrato, a denti stretti, ammirazione per l’abilità di Erdogan di ribaltare il regime siriano degli Assad sostenendo Abu Mohammad al-Jolani, e nei giorni in cui turchi e israeliani arrivavano ai ferri corti per delineare le sfere d’influenza nel Paese levantino l’ha definito “un amico” durante il recente incontro alla Casa Bianca con Benjamin Netanyahu. Erdogan fa e disfa, rilancia su ogni tavolo, fa della Turchia un attore strategico. Trump lo sa. Il Medio Oriente ribolle? Ankara può tornare utile, negoziando un accordo con Israele, blindando il fronte con l’Iran, proiettando la sua influenza sulla Siria e il Golfo. Il Mar Rosso è agitato dagli scontri tra gli Usa e i ribelli yemeniti Houthi? La Turchia c’è, lo sta pacificando con la mediazione tra Somalia e Etiopia.

E ancora: quale Paese si trova capace di mediare al meglio tra Russia e Usa? L’ultimo incontro tra delegazioni si è svolto, guardacaso, a Istanbul. Ankara arma l’Ucraina da prima dell’invasione russa ma non ha imposto sanzioni a Mosca. Ha mediato nel 2022 gli accordi sul grano, prima finestra di diplomazia nel turbine della guerra, e al contempo sostiene l’integrità territoriale ucraina e il flusso di gas russo verso l’Europa. Trump ne ha bisogno, forse ancor più di quanto ne abbia dei Paesi del Golfo come l’Arabia Saudita, per accelerare la fine della guerra.

En passant, la Turchia è la meno occidentale dei Paesi Nato e la più filo-occidentale dei partner diplomatici dei Brics. Mantiene eccellenti relazioni diplomatiche con la Cina, ma usando la carta panturchista può essere potenzialmente in grado di far pressione pro domo americana a Pechino per la questione uiguri. Paese ponte in quanto centrale negli scacchieri diplomatici e geopolitici (e non viceversa), la Turchia di Erdogan tornerà a far pesare il suo ruolo agli occhi degli Usa dopo anni turbolenti nell’era di Joe Biden. Si parla di Istanbul e Ankara come meta del primo viaggio ufficiale di Stato di Trump dopo il suo insediamento, e si discute di offerte turche a Washington per stabilizzare la Siria, aprire alla garanzia della sicurezza del Medio Oriente in cambio del riconoscimento della sfera d’influenza del Paese anatolico.

Ankara punta le armi degli Usa

E non solo: mercoledì il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, stratega della ridefinizione geopolitica della Siria e della grande strategia turca da capo del Mit (l’agenzia d’intelligence nazionale) prima e della diplomazia poi, ha parlato all’edizione in turco della Cnn che la Turchia ha offerto agli Usa la possibilità di investire fino a 20 miliardi di dollari per acquistare armamenti a stelle e strisce se Washington rimuovesse le restrizioni imposte nel 2020 dopo che Ankara si è dotata di sistemi antiaerei russi S-400. Tali sanzioni comprendevano l’espulsione della Turchia dal programma F-35, a cui ora Ankara vuole tornare ad aderire anche per riposizionarsi rispetto all’indiscussa superiorità mediorientale di Israele nell’uso dell’importante velivolo multiruolo.

“Ankara sta cercando di ottenere dall’amministrazione Trump un acquisto di munizioni su larga scala, tra cui forniture per la Marina e l’Aeronautica militare turche, nonché apparecchiature elettroniche per le forze di terra”, ha sottolineato Middle East Eye. La Turchia si sta incuneando tra Washington e Tel Aviv e vuole ribadire che la relazione degli Usa nei suoi confronti deve essere orientata a una strategia chiara, non rapsodica. Ankara si offre come partner utile a Washington su vari tavoli, ma è chiara nel chiedere concessioni. Erdogan ha capito che Trump cavalca l’idea di un ordine globale basato sulle zone d’influenza e all’ombra di una possibile spartizione del mondo vuole aver il suo posto al sole. Facendo leva sull’ammirazione dell’inquilino della Casa Bianca nei suoi confronti per consolidarne il raggiungimento.

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