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Guerra

Torturato a 13 anni, in galera per 9: storia di Ahmad Manasra, ragazzo palestinese

Ahmad Manasra esce dal carcere dopo 9 anni. Un caso che denuncia il trattamento dei minori palestinesi nelle carceri israeliane.

Nella giornata di giovedi 10 aprile, Ahmad Manasra è uscito dal carcere di Nafha. È uscito dal carcere, ma non è libero. Perché certe gabbie non hanno bisogno di sbarre per restare chiuse. Aveva solo tredici anni quando le forze israeliane lo arrestarono. Lo ricordano in molti per quel video straziante diventato virale, in cui un bambino smarrito e tremante, ripete meccanicamente: “Non ricordo!”. Un’espressione semplice, quasi banale, assurge a sintesi di un’intera infanzia tormentata dalla violenza, dal trauma e dall’oblio.

Ahmad e suo cugino Hassan di quindici anni, erano due adolescenti, ancora ragazzi quando rimasero coinvolti in un episodio di accoltellamento a Gerusalemme Est. Hassan morì sul colpo, falciato dai proiettili israeliani. Ahmad sopravvisse per miracolo dopo essere stato investito da un’auto, lasciato a terra con il cranio fratturato. Mentre giaceva privo di conoscenza, una folla si radunò attorno al suo corpo sanguinante, coprendolo di insulti invece che prestargli aiuto. Non arrivò nessun soccorso medico, solo le manette della polizia che lo portarono via in arresto.

Poi, il buio. Interrogatori che si trasformano in camere di tortura psicologica. Nel video diventato famoso, tre uomini adulti e armati gli urlano contro, alternando minacce e insulti. Lui singhiozza, ripiegato su se stesso. È solo. Ha paura. Lo si capisce, anche senza audio, dalle lacrime che gli rigano il viso, tracce indelebili di un’angoscia che va oltre le parole.

Una detenzione discutibile

Nonostante i tribunali israeliani abbiano stabilito, aspetto tutt’altro che trascurabile, che Ahmad non partecipò direttamente agli accoltellamenti, ciò non gli risparmiò nove anni e mezzo di detenzione per tentato omicidio. La corte decise di posticipare il processo fino al compimento del suo quattordicesimo anno di età, al fine di poterlo giudicare come adulto, un espediente legale, un artificio forense volto a trasformare un minore in un colpevole secondo la legge.

Le sue condizioni psichiche si sgretolano col tempo. All’inizio sono solo segnali. Poi diventano voragini. Diagnosi di schizofrenia. Deliri, collassi nervosi, ferite autoinflitte. L’ideazione suicidaria che torna e ritorna, come un vento che soffia sempre dalla stessa direzione. Nel 2022, l’avvocato Khaled al-Zabarqa lo trova privo di sensi, le braccia lacerate da tagli, in uno stato che rasenta la morte clinica dell’anima. Lo trasferiscono nel carcere-ospedale di Ramleh, ma anche lì non c’è tregua.

Nello stesso anno, la Commissione per la libertà vigilata lo stigmatizzò con un termine definitivo, terrorismo, un’etichetta che cementò il suo destino, precludendo ogni possibilità di scarcerazione anticipata. Una scelta che fu denunciata dal suo team legale come una violazione del diritto internazionale, in particolare dei principi fondamentali a tutela dei minori. Ma che importa? In determinati sistemi, le leggi appaiono come elementi decorativi, simili a quadri esposti come ornamenti nei labirinti istituzionali, osservati ma non applicati.

Una carcerazione durissima

In carcere, Ahmad diviene un’ombra di sé stesso, non partecipando alle udienze a causa del progressivo deterioramento delle sue condizioni. Appare come un orologio rotto in un mondo che corre veloce, un corpo che invecchia senza raggiungere la maturità. Allo stesso tempo, i tribunali israeliani respingono senza pensarci ogni istanza di scarcerazione anticipata, ignorando ogni voce e ogni appello. Le valutazioni di associazioni e psichiatri indipendenti vengono trascurate, e gli avvertimenti dei medici si rivelano inefficaci. Si procede al suo isolamento, anche quando sarebbe necessaria, vitale, la presenza umana. Il contatto, lo sguardo. Ahmad viene abbandonato, simbolicamente sepolto vivo, come se la sofferenza potesse essere annullata unicamente attraverso la sua eliminazione.

La sua vicenda offre una prospettiva sul trattamento dei minori palestinesi all’interno del sistema carcerario israeliano. L’organizzazione benefica britannica Save the Children ha denunciato i gravi abusi emotivi e fisici subiti dai minori palestinesi nelle prigioni israeliane. Un rapporto della stessa organizzazione ha rilevato un marcato incremento nel numero di giovani palestinesi che manifestano incubi, insonnia e difficoltà nel reinserimento nella vita quotidiana a causa delle condizioni detentive. Save the Children ha ribadito che i minori palestinesi sono soggetti a significativi abusi emotivi e fisici nelle carceri israeliane. Il rapporto ha inoltre rilevato un notevole aumento di giovani palestinesi che soffrono di incubi e insonnia, con conseguenti difficoltà nel ritorno a una normalità esistenziale, a causa delle condizioni di prigionia imposte. Centinaia di detenuti, tra cui donne e minori, sono stati incarcerati attraverso la cosiddetta detenzione amministrativa, una pratica che consente la reclusione di palestinesi senza processo né accusa per periodi fino a sei mesi, rinnovabili indefinitamente.Undici anni. Alcuni sono rimasti dentro per undici anni.

Ahmad Manasra ha assistito al dissolversi della propria infanzia attraverso le sbarre. Ora è un giovane adulto la cui esistenza è stata profondamente compromessa dalle violazioni che concorrono al mantenimento del severo sistema di apartheid israeliano nei confronti dei palestinesi. Col termine della sua condanna, rimangono dubbi sulle sue reali possibilità di recupero e reinserimento sociale dopo quasi un decennio di detenzione iniziato durante la sua fanciullezza.

Nel frattempo, al di fuori delle mura carcerarie, il mondo prosegue la sua dinamica indifferente. Numerosi altri giovani sono stati vittime della violenza dell’occupazione, e altrettanti sono entrati nelle prigioni israeliane, unendosi ad Ahmad. Quest’ultimo non rappresenta più solamente il bambino che ripeteva “non ricordo!”, ma incarna ciò che resta di un’esistenza privata della sua spensieratezza, sogni e naturale evoluzione.

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