Nel cuore della regione di Donetsk, nel settore orientale del fronte ucraino, i militari di Kyiv avrebbero catturato un trofeo prezioso: due soldati cinesi impegnati al fianco delle truppe russe. L’annuncio, che rappresenta un piccolo terremoto diplomatico, è arrivato direttamente dal presidente Volodymyr Zelensky, che ha pubblicato un video sui social mostrando uno dei prigionieri ammanettato, intento a parlare in mandarino.
Secondo quanto affermato da Zelensky, i due uomini sarebbero stati trovati in possesso di documenti identificativi e carte bancarie con dati personali riconducibili alla Cina. Ma non finisce qui: “Disponiamo di informazioni che ci fanno pensare alla presenza nell’unità dell’occupante di molti più cittadini cinesi”, ha dichiarato il Presidente ucraino, insinuando che i due arrestati potrebbero non essere casi isolati.
Il Dipartimento di Stato statunitense, già impegnato in un confronto serrato ed epocale con Pechino sul terreno economico, ha definito l’accaduto “estremamente preoccupante”, spiegando che gli Stati Uniti stanno cercando conferme indipendenti e valutando le implicazioni dell’evento.
Un precedente scomodo e le ambiguità di Pechino
Non è la prima volta che si parla della presenza cinese nel conflitto ucraino. Già nel febbraio scorso, una delegazione di Kyiv aveva sollevato il problema in un incontro riservato con l’incaricato d’affari cinese in Ucraina. In quell’occasione, Pechino aveva promesso indagini interne e riaffermato la propria neutralità, negando ogni coinvolgimento diretto. Eppure, le smentite ufficiali cozzano con le evidenze raccolte sul campo.
Dall’inizio dell’invasione russa, Pechino ha intensificato sensibilmente le relazioni commerciali e militari con Mosca. Gli osservatori internazionali hanno più volte documentato l’impiego, da parte delle truppe russe, di droni e proiettili d’artiglieria di fabbricazione cinese. Il governo di Xi Jinping ha sempre mantenuto un solido rapporto con il Cremlino, difendendo l’intervento russo in Ucraina come una “legittima difesa”.
Ma va anche detto che la Cina ha sempre cercato di evitare di esporsi eccessivamente sulla guerra, anche per non incorrere in nuove sanzioni occidentali, e smesso di tollerare pubblicamente le manifestazioni di sostegno all’invasione. Se è vero che il confine tra neutralità e complicità è stato molto labile per tre anni, la cattura dei due cinesi, se confermata, rappresenterebbe un salto di qualità non trascurabile, configurando una presenza diretta e attiva di personale cinese nel conflitto. Una mossa sconsiderata e quasi inspiegabile da parte del gigante asiatico.
Chi sono i prigionieri?
Più probabile, allora, che i due presunti soldati nelle mani dei servizi segreti ucraini, che li stanno interrogando, siano osservatori, contractor, oppure volontari anziché effettivi membri di unità dell’esercito russo. Vanno prese dunque con le pinze tanto le fonti cinesi, che smentiscono di aver inviato soldati a Mosca, sia le fonte ucraine, quando dicono che i dati recuperati dai cellulari smentiscono il volontariato indipendente e fanno pensare a una struttura organizzata.
Prevedibilmente, il ministro degli Esteri ucraino ha già messo pubblicamente in discussione il ruolo della Cina nelle Nazioni Unite: una mossa pensata forse anche per guadagnare punti presso l’amministrazione Trump e l’opinione pubblica mondiale.
Un errore che alimenta il sospetto
La vicenda è inoltre offuscata da una gaffe non da poco: il video pubblicato da Kyiv è stato inizialmente etichettato come contenente un “soldato nordcoreano”. L’errore ha generato ulteriore confusione e messo in discussione l’affidabilità della comunicazione ucraina. Alcuni reporter, tra cui Davide Maria De Luca (Domani) e Shashank Joshi (The Economist), propendono per l’ipotesi dei mercenari isolati.
Il caso cinese si inserisce in un ipotesi più ampia, nella quale la Russia – per evitare una mobilitazione di massa, o addirittura per disperazione – continuerebbe a fare largo uso di personale straniero. Kyiv sostiene di aver già catturato decine di nordcoreani inviati da Pyongyang, su richiesta di Vladimir Putin, per morire come carne da cannone a Kursk. Tuttavia, le prove finora messe sul tavolo sono scarse. Anche Le Monde qualche settimana fa ha identificato cittadini cinesi tra le vittime di un attacco ucraino contro un’unità militare russa, ma la storia non è ancora suffragata da riscontri ufficiali e definitivi.
Kyiv, dal canto suo, ha capito che ogni dettaglio sul campo di battaglia ha un valore simbolico e strategico enorme. Le immagini del prigioniero cinese, vere o costruite che siano, servono oggi a lanciare un messaggio chiaro: la guerra in Ucraina è ormai una guerra globale. E chi resta a guardare non potrà più dichiararsi innocente.
Sul piano dell’opinione pubblica occidentale, questo tipo di rivelazioni rischia però di avere un impatto limitato. Molti lettori si domanderanno se sia giusto applicare due pesi e due misure: da un lato, gli ucraini accettano e valorizzano i combattenti stranieri nel proprio esercito – molti dei quali provengono da Paesi Nato – e insistono affinché vengano trattati come prigionieri di guerra se catturati. Dall’altro, condannano duramente chi, straniero, combatte dalla parte opposta.
Una contraddizione che anche i più convinti sostenitori dell’Ucraina dovranno affrontare nel dibattito pubblico.
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