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Difesa

Bombe Usa sullo Yemen, l’Iran ritira le truppe per evitare lo scontro diretto

Mentre gli Stati Uniti continuano la propria operazione militare offensiva contro gli Houthi yemeniti avviata nel mese di marzo, una campagna che ad oggi secondo Washington ha permesso di eliminare una serie di obiettivi e capi militari del gruppo ribelle...
missili iran

Mentre gli Stati Uniti continuano la propria operazione militare offensiva contro gli Houthi yemeniti avviata nel mese di marzo, una campagna che ad oggi secondo Washington ha permesso di eliminare una serie di obiettivi e capi militari del gruppo ribelle causando più di 70 vittime, il comando centrale dell’esercito iraniano ha ordinato alle proprie truppe presenti sul territorio di abbandonarlo il prima possibile. Il numero effettivo di militari iraniani presenti in Yemen non è mai stato reso pubblico, ma oltre al supporto logistico e materiale, è noto che in passato l’Iran ha anche inviato consiglieri e comandanti militari a supporto dei ribelli Houthi.  

L’amministrazione Trump, a differenza di quella Biden, da quando è di nuovo al potere ha adottato una postura offensiva nei confronti del gruppo militare che controlla la parte occidentale dello Yemen, cercando di consolidare a più riprese il fondamentale controllo degli stretti marittimi ed eliminare eventuali minacce che possano compromettere la supremazia degli Usa questo ambito. Un obiettivo in linea con la missione “Prosperity Guardian” avviata da Usa e Ue nel dicembre del 2023 per proteggere il traffico marittimo internazionale dalle attività militari degli Houthi in supporto della popolazione palestinese aggredita da Israele.

La pressione di Trump e le scelte dell’Iran

A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che ha specificato che sono due le motivazioni strutturali di fondo dietro a questa scelta. Da un lato l’esercito della Repubblica islamica dell’Iran teme che con l’operazione militare attiva degli Usa nella regione si possa generare uno scontro diretto fra le proprie forze militari presenti in Yemen e quelle Usa che attaccano, un’eventualità che Teheran intende scongiurare a tutti i costi, e dall’altro c’è una ragione più profonda, legata in particolare al corso degli eventi registratosi in Medioriente negli ultimi mesi, una serie di circostanze che hanno visto fortemente indebolirsi l’asse sciita-iraniano e starebbero ora conducendo i Pasdaran a riconsiderare le proprie priorità strategiche alla luce del nuovo approccio aggressivo di Trump che mette Teheran nel mirino.

Secondo fonti anonime del regime iraniano, gli Houthi, che facevano parte di una “catena” composta dalle solide alleanze fra Iran e l’Hezbollah di Nasrallah in Libano e Assad in Siria, “non saranno in grado di sopravvivere a lungo” e non è strategicamente utile e sensato continuare a “sostenere una parte” di quella catena senza una prospettiva di medio-lungo periodo. Le preoccupazioni dell’Iran non si limitano però solamente sulla campagna anti-Houthi degli Usa, ma si concentrano piuttosto sulle esplicite minacce che Trump ha diretto a Teheran quando a fine marzo ha paventato l’ipotesi di scontro diretto con bombardamenti ai siti nucleari iraniani in caso di mancata disponibilità a sedersi al tavolo degli accordi sul nucleare.

Accanto a queste minacce verbali, negli ultimi giorni sono andate ad aggiungersi anche atti pratici sotto il piano della logistica militare statunitense nel mar Rosso, una serie di mosse che l’Iran non può che interpretare come delle minacce nei propri confronti. La scorsa settimana infatti, l’esercito statunitense ha spostato bombardieri Stealth B-2 presso la base militare Usa-Regno Unito Diego Garcia nelle isole Chagos, un territorio britannico su cui gli Stati Uniti hanno diritto di utilizzo esclusivo per scopi militari e già utilizzato in passato per condurre operazioni su vasta scala in Medioriente. Oltre a questo, l’aumento della pressione sull’Iran da parte di Trump si sta concretizzando anche tramite lo spostamento della portaerei USS Carl Vinson, in precedenza collocata in Asia, e ora in viaggio verso il Medioriente per disporsi in supporto alla Truman, sotto attacco da parte dei missili Houthi nei giorni scorsi.

L’indebolimento dell’asse sciita-iraniana e il futuro della regione

L’offensiva israeliana su Libano e Gaza, che ha contribuito alla decimazione di Hezbollah e Hamas, oltre che alla morte di Nasrallah, unita a quella statunitense sugli Houthi e alla caduta del regime di Bashar Al-Assad lo scorso dicembre, storico alleato di Teheran, grazie al supporto turco, stanno creando enormi difficoltà all’asse dei proxies che l’Iran aveva costruito negli anni nel contesto Mediorientale come alternativa al dominio politico e geopolitico sunnita, ridimensionando fortemente l’influenza di Teheran e conducendolo verso una dimensione di isolamento politico che sta così portando i suoi vertici politici a riconsiderare i propri sforzi militari diffusi nella regione e concentrarsi maggiormente verso le minacce concrete poste dal ritorno di Trump alla Casa Bianca. In questo contento, il frettoloso viaggio di Netanyahu a Washington potrebbe avere al centro anche i prossimi passi concordati per il contrasto all’Iran a livello regionale.

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