L’Africa corre. La demografia galoppa, lo sviluppo economico arranca ma preme, e l’elettricità – quella che in Occidente diamo per scontata – diventa il nodo gordiano di un continente che nel 2050 ospiterà 2,4 miliardi di anime, contro gli 1,4 di oggi. Solo la metà di loro, al momento, accende una lampadina senza tremare per un blackout. In questo scenario, l’energia nucleare si affaccia come una sirena: potente, stabile, ma carica di promesse che puzzano di propaganda e di rischi che nessuno vuole nominare troppo forte.
Il Sudafrica è il pioniere, con la centrale di Koeberg, dal 1984 ronzante a 30 chilometri da Città del Capo. Due reattori da 900 MW ciascuno, un 5% del fabbisogno nazionale. Non basta. Il ministro Kgosientsho Ramokgopa lo dice chiaro: servono 60 miliardi di rand (circa 3 miliardi di euro) per un nuovo reattore multiuso, perché i blackout sono un lusso che Pretoria non si può più permettere. I soldi? Si cercano all’estero, tra privati con il portafoglio gonfio e poca pazienza per le lentezze africane.
Poi c’è l’Egitto, che nel 2022 ha stretto la mano alla russa Rosatom per El Dabaa, sul Mediterraneo. Quattro reattori da 1.200 MW l’uno, un colosso da 30 miliardi di euro, di cui l’85% arriva da un prestito di Mosca lungo 22 anni. Ventimila operai al lavoro, completion prevista per il 2031. È il gioco delle grandi potenze: la Russia pianta bandiere energetiche, mentre l’Occidente guarda altrove, troppo preso a predicare rinnovabili che non sempre funzionano sotto il sole africano.
Il Ghana vuole esserci. Nuclear Power Ghana ha messo gli occhi su Nsuban, costa occidentale, con Obotan come piano B. L’AIEA ha dato l’ok, ma la gara per l’appalto è un ring geopolitico: Cina (CNNC), Francia (EDF), Stati Uniti (NuScale) e ancora Russia (Rosatom). Il 2030 era il traguardo, ma i lavori partiranno – forse – nel 2028, e ci vorranno almeno cinque anni. Problema: il Ghana produce 5,5 GW totali, e l’AIEA avverte che un reattore da 1 GW non deve pesare più del 10% della rete. Prima di sognare l’atomo, Accra deve gonfiare la sua capacità energetica. E poi c’è il Fondo Monetario Internazionale, che tiene il Paese al guinzaglio con i suoi aiuti: autonomia energetica? Un miraggio, per ora.
Ma le rinnovabili
Altrove, la Nigeria ha firmato con Rosatom per 2.400 MW a Geregu, per illuminare Abuja senza inciampi. Il Kenya punta su Kilifi, 1.000 MW dal 2027, 5 miliardi di euro sul piatto. E poi una lista lunga come un rosario: Algeria, Burkina Faso, Etiopia, Marocco, Niger, Namibia, Rwanda, Senegal, Sudan, Tanzania, Tunisia, Uganda, Zambia, Zimbabwe. Tutti con un sogno nucleare in testa, tutti a caccia di finanziamenti che non arrivano mai in tempo. La World Nuclear Association profetizza 18mila MW installati entro il 2040. Ottimismo o illusione?
L’Africa ha fame di energia, e il nucleare sembra una risposta. Stabile, non intermittente come solare ed eolico, dicono i suoi apostoli. Peccato che le rinnovabili coprano già il 55% del consumo continentale, secondo l’UN Sustainable Development Group, e crescano rapide. Il nucleare, allora, sa di scommessa fuori tempo massimo, un’eco delle ambizioni europee – Italia inclusa – che oggi arrancano tra scorie radioattive senza casa e costi stellari. In Italia, per dire, il deposito nazionale per i rifiuti nucleari è un rebus irrisolto da decenni. Figurarsi in Africa, dove i Governi spesso non controllano nemmeno i confini.
Eppure, la strada è tracciata: un mix energetico, perché nessuno vuole mollare nulla. Solare, eolico, idroelettrico da una parte; nucleare dall’altra; fossili – oil & gas – in mezzo, con i big internazionali che dettano legge. Cina e Russia si spartiscono la torta atomica, mentre l’Occidente tentenna, predicando verde ma lasciando il campo libero. L’Africa, come sempre, è il tavolo su cui si gioca una partita più grande di lei. E le scorie? Quelle, per ora, sono un problema di domani.
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